Un concetto cardine attorno al quale ruota gran parte della filosofia e della teoria politica libertaria è la coercizione, con grandi sforzi diretti a identificare quegli arrangiamenti sociali che la possano minimizzare. L’economista e teorico sociale libertario Friedrich von Hayek (premio Nobel per l’economia nel 1974), per spiegare le motivazioni del suo libro The Constitution of Liberty, scriveva “Il suo obiettivo primario è “la condizione umana per cui la coercizione esercitata da alcuni su altri sia ridotta al minimo possibile nella società”.
Come prevedibile, grande attenzione è rivolta al ruolo dello Stato e alla sua relazione con i cittadini. Il famoso sociologo Max Weber ha definito lo Stato come: «Quella comunità umana che, nell’ambito di un determinato territorio, riesce a conquistare e a detenere il monopolio della violenza legittima”.
L’autore libertario Hans-Hermann Hoppe ha definito lo Stato come un agente che si arroga il compito di dirimere i conflitti all’interno di un determinato territorio, compresi quelli che lo riguardano, escludendo chiunque altro dal fungere da giudice ultimo. Esso possiede inoltre il potere di tassare, decidendo il prezzo che coloro che cercano giustizia devono pagare per i suoi servizi. L’economista Ludwig von Mises spesso lo definisce semplicemente come «il monopolio della coercizione su un dato territorio»
È immediatamente chiaro come una simile istituzione e la sua relazione con il cittadino abbiano primaria importanza per il libertario che vuole minimizzare la coercizione nella società. Altrettanto evidente è che, non appena lo Stato, coercitivo per definizione, esercita il suo potere oltre il minimo indispensabile, diventa un grave problema per il libertario.
Ben sapendo che l’unico sistema in grado di generare benessere e prosperità è l’economia di mercato, basata sulla proprietà privata e sul libero scambio di informazioni, merci e servizi tra cittadini pacifici e laboriosi, resta da definire come questa debba relazionarsi con lo Stato. Da qui nasce l’idea dello Stato minimo, o del cosiddetto guardiano notturno: uno Stato che promuova un completo laissez-faire economico, senza interferire in alcun modo con i meccanismi di mercato e che intervenga con vigore solamente qualora vi sia una minaccia alla proprietà privata dei suoi cittadini. In pratica, le funzioni di tale Stato sarebbero limitate alla giustizia, alla polizia e alla difesa. I libertari promotori dello Stato minimo vengono chiamati minarchisti.
C’è tuttavia un’ala del libertarismo estremamente scettica riguardo alla ricetta minarchica. Essa trova la sua origine intellettuale nei lavori dell’economista e filosofo Murray Rothbard, il quale, come Hayek, fu allievo di Ludwig von Mises. Rothbard, nel suo saggio L’anatomia dello Stato, descrive la storia dello Stato come una serie di cicli di espansione e contrazione, caratterizzati da un perpetuo contrasto intellettuale. Da una parte, quegli intellettuali che, come i libertari oggi, hanno riconosciuto l’importanza di limitare i poteri statali hanno elaborato concetti volti a contenere l’espansione del potere statale. Dall’altra, altri intellettuali, mossi dalla sete di guadagno personale, sono sempre riusciti a trasformare quegli stessi strumenti nel loro opposto, ovvero in strumenti di legittimazione delle azioni statali.
Troviamo così la Chiesa medievale imporre ai monarchi di governare in accordo con la legge divina e le monarchie, successivamente, trasformare quest’ultima in un mero strumento di legittimazione delle proprie azioni. I parlamenti sono stati allora introdotti come strumento di controllo popolare sulle azioni dei monarchi e, ancora una volta, molti dittatori hanno trasformato il parlamento in un semplice timbro di legittimità. Le costituzioni rappresentano l’ultimo tentativo, ma, da ciò che possiamo osservare, stanno chiaramente fallendo. Rothbard conclude che: «Lo Stato ha invariabilmente mostrato un’incredibile capacità di espandere i propri poteri oltre qualsiasi limite che gli venga imposto».
In tempi molto più recenti, la professoressa Roberta Adelaide Modugno, esperta studiosa di Rothbard, ha osservato: «Lo Stato si presenta come la sola e inequivocabile risposta al problema dell’ordine politico. Questa costruzione, che ci ha accompagnati per cinque secoli, esercita su di noi una tirannia concettuale, poiché ci impedisce di concepire la politica in maniera differente, al di fuori della cornice dello Stato».
Cosa fare, dunque? Ciò che Rothbard e i suoi seguaci propongono è di uscire da quella cornice e compiere un metaforico salto quantico. E così troviamo Javier Milei, l’istrionico presidente dell’Argentina, strillare ai suoi comizi: «Lo Stato non è la soluzione, lo Stato è il problema!». Gli anarcocapitalisti promuovono dunque la completa abolizione dello Stato in favore di una società nella quale, assieme a tutto il resto, anche i diritti di proprietà siano tutelati da servizi forniti dal libero mercato.
La tensione tra minarchisti e anarcocapitalisti è reale. I minarchisti, infatti, considerano problematica la soluzione anarcocapitalista, in quanto ritengono che l’abolizione del monopolio della coercizione porterebbe a una frammentazione in molteplici monopoli della coercizione in concorrenza tra loro, con conseguente diffusione della violenza. In altre parole, temono un costante conflitto tra signori della guerra: l’immagine dell’anarchia che abbiamo in mente, per esempio, attraverso il cinema. Ho esperienza personale di come il dibattito «minarchisti vs. anarcocapitalisti» continui a infiammare le comunità libertarie e di come, nonostante susciti grandi passioni, si risolva puntualmente in un nulla di fatto.
È importante notare che in gioco c’è molto di più di un semplice disaccordo su una questione di nicchia che interessa alcune frange estreme della comunità liberale: dall’esito di questo dibattito dipende la risoluzione del problema della coercizione nella società e del rapporto tra Stato e cittadino in chiave liberale. Il dibattito tra minarchisti e anarcocapitalisti rappresenta la linea più avanzata del fronte lungo il quale si combatte una furiosa guerra intellettuale, all’insaputa della maggioranza della popolazione. Una guerra dal cui esito dipende il destino del mondo e nella quale minarchisti e anarcocapitalisti rappresentano gli arditi, le truppe d’élite più coraggiose tra le schiere liberali, coloro che si spingono a immaginare mondi dove nessun altro osa avventurarsi. Si parla, dunque, di una questione che ci riguarda tutti.
Visto lo stallo del dibattito, la risoluzione del problema della coercizione richiede l’adozione di una prospettiva innovativa e, in tal senso, l’approccio sistemico di Paul Watzlawick ci viene in soccorso. Watzlawick fu un rinomato psicoterapeuta che, insieme ai suoi colleghi del Mental Research Institute di Palo Alto, a partire dagli anni Sessanta contribuì a rivoluzionare la psicoterapia, sviluppando l’approccio della terapia breve e gettando le basi per la moderna psicologia sistemica. Il suo merito fu quello di spostare la domanda del terapeuta rispetto al problema del paziente dal «perché» al «come». Anziché concentrarsi sulle cause, l’attenzione si sposta sul modo in cui il problema viene costantemente riaffermato dal paziente attraverso i suoi comportamenti e sulle modalità con cui il terapeuta può metterlo in condizione di risolverlo spontaneamente [8-9].
Il metodo Watzlawick può essere riassunto in tre punti cardine: 1) analizzare il pattern comunicazionale del paziente con le persone che lo circondano, nell’ambiente in cui il problema è emerso; 2) ricondurre la comunicazione, espressa attraverso un linguaggio spesso confuso e inconsistente, al dominio della logica formale, così da individuare con maggiore chiarezza gli aspetti problematici della comunicazione stessa; 3) elaborare un approccio terapeutico ad hoc, calibrato sul paziente e sulla comunità all’interno della quale il problema è emerso, che gli permetta di interrompere il pattern problematico.
Il gruppo di Palo Alto definisce problema una situazione in cui il paziente, e chi gli sta intorno, si trova ad affrontare un contesto di difficoltà con comportamenti inadeguati [8]. Questi comportamenti, classificati come «tentate soluzioni», non risolvono la difficoltà, ma la riaffermano con più vigore. Più il paziente insiste con la tentata soluzione, più fallisce nel tentativo di risolvere il problema. Questo circolo vizioso, caratterizzato da una causalità circolare, diventa una situazione di stallo che intrappola il paziente. La risoluzione richiede di rompere il circolo, liberando il paziente dalla trappola che esso stesso ha costruito.
Un’importante classe di problemi analizzati dal gruppo è caratterizzata da paradossi che possono essere descritti usando la logica formale. Quando una regola viene applicata, direttamente o indirettamente, a sé stessa, può generare un paradosso. L’esempio classico è il tentativo di decidere se l’insieme di tutti gli insiemi che non contengono sé stessi contenga sé stesso o meno.
A livello umano, possiamo trovare il marito che ordina alla moglie di «essere spontanea!», oppure lei che esige che lui si comporti da «vero uomo!», o ancora il capitano che ordina al soldato di radere tutti e solo quei commilitoni che non si radono da soli, con quest’ultimo che manifesta comportamenti psicotici quando deve decidere se radersi o meno.
Ognuno di questi casi riguarda una specifica regola applicata da un’entità — la moglie, il marito e il soldato, nei nostri esempi — a sé stessa, dando luogo a situazioni in cui il solo tentativo di applicare la regola la invalida automaticamente. Chiaramente, non si può ordinare a qualcuno di comportarsi spontaneamente, perché l’azione stessa di eseguire quell’ordine invaliderebbe il concetto di spontaneità. Nel dominio della logica formale, questo problema fu affrontato da Russell e Whitehead introducendo il principio del circolo vizioso, che recita: «Tutto ciò che include un’intera collezione non può far parte di quella collezione stessa».
Watzlawick e i suoi colleghi riprendono il principio del circolo vizioso per analizzare, nell’ambito della logica formale, il modo in cui i pazienti formulano le proprie situazioni problematiche, individuandone il nucleo, che si rivela puntualmente essere un paradosso. Sul piano pratico, ciò significa che la realtà si presenta al paziente in modo opposto rispetto a come egli la comprende, intrappolandolo in un circolo vizioso da cui si genera la patologia.
Proviamo dunque ad applicare il metodo Watzlawick al problema dello Stato. Secondo la ricetta minarchista, esso avrebbe il solo compito di proteggere i diritti di proprietà dei suoi cittadini e minimizzare la coercizione nella società. L’analisi storica di Rothbard sui cicli di espansione e contrazione statale rappresenta un forte indicatore del fatto che potremmo trovarci in un circolo vizioso in cui il problema continua a riaffermarsi a causa di tentate soluzioni sbagliate. Il passaggio dell’analisi al dominio della logica formale è dunque motivato.
Appena consideriamo la ricetta minarchista in relazione alla definizione di Stato, ci rendiamo conto di trovarci di fronte a una palese violazione del principio del circolo vizioso, con conseguente paradosso. Infatti, il monopolio della coercizione può, in teoria, applicare la sua funzione di «minimizzazione della coercizione» a soggetti esterni a esso, ma, non appena tale funzione viene applicata allo Stato stesso, il paradosso emerge. Gli viene infatti richiesto di usare il proprio potere coercitivo per imporre limiti alla propria stessa capacità coercitiva: chiaramente, una situazione senza alcun senso. Il concetto stesso di «Stato minimo» è dunque paradossale.
È importante sottolineare che non si tratta di una semplice analisi concettuale e astratta, priva di legami con la realtà quotidiana. Al contrario, poiché il nostro linguaggio non può concettualizzare lo Stato minimo se non come un’entità su cui le sue stesse funzioni devono essere applicate, le contraddizioni insite in questa struttura si riflettono inevitabilmente nel linguaggio delle persone che vi interagiscono, generando incoerenze e confusione.
Il risultato tangibile di questo paradosso fu perfettamente descritto dall’economista francese Frédéric Bastiat, quando scrisse di come l’oggetto della legge fosse stato trasformato nel suo opposto: «[La legge] ha agito in diretta opposizione al proprio fine; ha distrutto il proprio oggetto; è stata impiegata per annientare quella giustizia che avrebbe dovuto instaurare, cancellando, nell’ambito dei diritti, quel limite che aveva la vera missione di rispettare; ha posto la forza collettiva al servizio di coloro che desiderano trafficare, senza rischi né scrupoli, nelle persone, nella libertà e nella proprietà altrui; ha trasformato il saccheggio in un diritto, per poterlo proteggere, e la legittima difesa in un crimine, per poterla punire».
Ed eccoci, quindi, di fronte al problema pulsante: lo Stato e le sue leggi si manifestano nella realtà in modo opposto rispetto alla nostra concezione di essi. Li consideriamo strumenti volti a garantire la giustizia eppure, nella pratica, si rivelano una delle più formidabili macchine generatrici di ingiustizie.
L’unica soluzione sensata, per colui che intende ridurre la coercizione nella società ai minimi termini, è dunque abbandonare la ricerca della soluzione all’interno della struttura concettuale statale. Ogni tentativo di risoluzione all’interno di tale struttura, per via del problema fondamentale della relazione dello Stato con sé stesso, è destinato a tramutarsi nel proprio opposto. Il salto quantico proposto dagli anarcocapitalisti appare dunque coerente. Ciò che ci attende dall’altra parte, tuttavia, è un mondo ancora ignoto, nel quale la soluzione al problema della coercizione rimane nascosta, in attesa di essere scoperta.
Pietro Brugnolo
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