Politico Quotidiano

“È stato importante”. La supercazzola di Schlein che difende Lepore

Dopo la guerriglia di Bologna, la leader Pd condanna genericamente la violenza ma non critica il sindaco. E accusa lo Stato prima ancora delle conclusioni della magistratura.

schlein Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Elly Schlein arriva quando le automobili sono già bruciate, le vetrine infrante, le biciclette distrutte e i poliziotti finiti al pronto soccorso. Arriva nella tarda serata di martedì, dopo un’intera giornata di polemiche e dopo che Bologna ha contato 64 agenti feriti, con prognosi fino a 35 giorni, sei mezzi della polizia danneggiati e una parte del centro trasformata nel terreno di battaglia degli antagonisti.

La segretaria del Pd, però, non sembra avere particolarmente fretta di parlare delle responsabilità politiche di chi quella piazza l’ha convocata. Anzi. Matteo Lepore viene promosso sul campo da sindaco imprudente a raffinato gestore delle tensioni sociali. “Lepore ha scelto di governare la frustrazione e lo smarrimento di un’intera comunità. E’ stato importante, per non lasciarla in balia delle spinte più estremiste e degli antagonisti. La violenza è da condannare sempre, ogni volta che si manifesta”, quanto sostenuto dalla Schlein a In Onda.

Avete capito bene: chiamare in piazza una città già attraversata da rabbia, accuse contro la polizia e slogan sull’“omicidio di Stato” non sarebbe stata una decisione politicamente scellerata, ma un illuminato tentativo di “governare la frustrazione”. Una specie di seduta collettiva di autocoscienza, terminata però con bombe carta, cassonetti incendiati, barricate e agenti presi di mira.

Naturalmente nessuno sostiene che Lepore volesse gli scontri o che sia il mandante morale di chi ha devastato Bologna. Il problema è un altro: un sindaco dovrebbe conoscere la città che amministra, il clima che la attraversa e i soggetti pronti a infiltrarsi in una mobilitazione così delicata. Lepore aveva invitato i cittadini a ritrovarsi in piazza Nettuno per chiedere “verità e giustizia”, mentre già al primo presidio erano risuonati cori contro le forze dell’ordine e accuse di assassinio di Stato. A convocare formalmente la manifestazione sotto Palazzo d’Accursio era stato proprio il primo cittadino, con l’immediata adesione del Pd bolognese.

Eppure la Schlein non trova una sola parola per criticare quella scelta. Nessun dubbio, nessuna prudenza, nessuna ammissione di errore. Lepore, secondo la segretaria, avrebbe addirittura sottratto la comunità alle “spinte più estremiste”. Peccato che quelle spinte siano scese in piazza, abbiano contestato persino gli appelli alla calma provenienti dalla comunità islamica e dalla famiglia di Fakir e, finito il presidio, si siano spostate verso Prefettura e Questura per cercare lo scontro. La stessa famiglia della vittima ha preso nettamente le distanze dalle violenze, definendole una strumentalizzazione capace di danneggiare la richiesta di verità.

Ma il capolavoro dialettico arriva quando Schlein ammonisce la politica a non emettere verdetti anticipati: “La politica non deve arrivare con condanne o assoluzioni di ufficio, sarà la magistratura a stabilire se ci saranno responsabilità e di chi”. Giustissimo. Peccato che, pochi secondi prima, la stessa Schlein abbia già pronunciato la sua sentenza: “Quando un uomo muore durante un’operazione di fermo, lo Stato ha fallito e proprio lo Stato deve fare piena luce”.

Dunque la politica non deve distribuire condanne, salvo quando a essere condannato è lo Stato. La politica non deve anticipare i magistrati, ma la Schlein può già stabilire che qualcosa “non è andato come doveva” e trasformare una vicenda ancora sottoposta agli accertamenti della procura nel fallimento complessivo delle istituzioni. Gli agenti coinvolti? Le responsabilità individuali? Il ruolo dei sanitari? Le procedure adottate? Tutto ancora da chiarire. Ma “lo Stato ha fallito” è già inciso sulla pietra.

È il solito meccanismo: prudenza notarile quando bisogna difendere un amministratore del Pd, sentenze solenni quando sul banco degli imputati vengono messe le forze dell’ordine o l’apparato statale. Lepore viene assolto perché avrebbe tentato di “governare la frustrazione”, lo Stato viene invece condannato prima ancora che la magistratura abbia ricostruito compiutamente i fatti.

La Schlein aggiunge di non ritenere che “il ruolo della politica sia quello di precipitarsi a commentare ogni giorno i fatti di cronaca alimentando delle opposte tifoserie”. Un principio curioso, enunciato proprio durante una lunga intervista televisiva dedicata a commentare i fatti di cronaca. Ma soprattutto è ciò che ha fatto Lepore, chiamando la piazza poche ore dopo i fatti. E in realtà la segretaria non si è precipitata affatto. Ha aspettato che parlassero tutti, che il centrodestra chiedesse conto a Lepore delle sue decisioni, che il bilancio dei feriti diventasse pubblico e che le immagini della guerriglia facessero il giro d’Italia. Soltanto allora è arrivata la condanna della violenza, accompagnata però dall’assoluzione preventiva del sindaco.

La formula scelta è quella classica: “La violenza è da condannare sempre”. Una frase incontestabile e proprio per questo comodissima. Non individua responsabilità politiche, non mette in discussione la gestione del Comune, non spiega perché fosse opportuno mobilitare la piazza mentre erano ancora in corso gli accertamenti e non dice una parola sul clima di delegittimazione costruito attorno alle divise.

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Anzi, la Schlein invita tutti a “svelenire il clima”. Tradotto: dopo che la piazza è stata convocata, dopo che lo Stato è stato dichiarato fallito e dopo che i poliziotti sono stati trasformati in un bersaglio, il problema diventano quelli che chiedono conto al sindaco delle sue scelte. Non gli antagonisti, non chi gridava contro la polizia, non chi ha cercato lo scontro. Il problema sarebbe la “polarizzazione”.

È la sinistra del grande equivoco: pensa di contenere gli estremisti coccolandone il linguaggio, di governare la rabbia offrendole una piazza e di difendere le istituzioni accusando lo Stato. Poi, quando volano le bombe carta, arriva in televisione con ventiquattr’ore di ritardo, pronuncia una condanna generica e spiega che il sindaco ha fatto tutto bene. Le vetrine di Bologna, evidentemente, si sono rotte da sole.

Massimo Balsamo, 22 luglio 2026

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