Politico Quotidiano

E tutti in coro urlarono: “Barabba”

Il peccato originale e il referendum. Vince il progressismo reazionario che rende il Paese immobile. Poveri noi

Elly Schlein Nicola Gratteri Giuseppe Conte referendum Immagine generata da AI tramite DALL-E di OpenAI
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Un’isteria così per un referendum non l’avevo mai vista. Tutti a chiedere, a chiedermi come andava a finire come se da quello dipendesse la fine del mondo. È andata come (non) doveva andare, perché va bene la dialettica, vanno bene le opinioni contrapposte, le ragioni contrapposte, ma purché ci siano ragioni: qui, spiace, le ragioni, tecniche, oggettive, stavano tutte e solo da una parte, dall’altra le suggestioni, le invettive, le bestemmie, “voto per cacciare i maiali”, fino agli auguri di morte. Ma il referendum è un peccato originale, il primo fu quello di Pilato, “volete voi Cristo o Barabba?” e tutti in coro: Barabba. La gente, che gli ipocriti chiamano popolo, vuole il sangue, ricordate il referendum sciagurato di Pannella per abolire il nucleare, coi cittadini che in massa correvano a tagliarsi i coglioni, decisione che non avremmo più finito di scontare?

I referendum sono così, se passano, ma in modo che al potere non piace, li si congela, li si sterilizza, come l’altro sulla responsabilità civile dei magistrati: passato all’80%, mai applicato da nessuno. Se non passano, tanto meglio, è il progressismo reazionario di chi ha paura a uscire dalla zona di conforto del vittimismo: non va bene niente, meglio non cambiare. Il gioco dei poteri veri, forti, contempla la consultazione popolare a mo’ di sondaggio, niente di più. Se vinceva il Sì il governo durava a prescindere, vincendo il No subiva, come subisce, una seria incrinatura, checché se ne voglia dire: era una trappola nel momento sbagliato e andrà ricordato che questa ordalia l’ha tirata fuori dal cilindro Forza Italia, per dare segni di vita e forse, chissà, per ragioni di disturbo, per testare nuove possibili alleanze anche scandalose sulla falsariga di ciò che è già avvenuto in Europa (solo da noi un partito può essere contemporaneamente al governo con la destra in patria e al governo con la sinistra, contro la destra, fuori patria).

Giorgia Meloni aveva sì promesso una riforma, ma non subito, a tempo debito, in modo da avere le mani più libere, diciamo in un secondo mandato. Era quella che rischiava di più e si è coinvolta suo malgrado, è rimasta fuori dalla mischia fin che ha potuto, spendendosi solo in zona Cesarini: non è bastato, perché il giudizio era praticamente su di lei e si capisce: chi va al governo prende il Paese e la spesa pubblica da amministrare è sempre un bell’osso da spolpare, se pure non come ai bei tempi della prima repubblica partitocratica. Poi una stagione di potere garantisce lobby, pone le basi per diventare mercanti una volta tramontata, con le conferenze e gli affari sommersi per il mondo si guadagna infinitamente più che da parlamentare o ministro. Logico che la sinistra voglia il controllo dello Stato e dello statalismo a tout prix. Meloni sconta una certa indecisione sulle cose interne, la sicurezza, lo sviluppo, lo svecchiamento burocratico, sulle quali la sinistra tempistica ha avuto buon gioco a fare terrorismo. E, spiace dirlo, la destra ha subito anche in questo caso l’agenda della sinistra, che pure giocava in trasferta.

Nello svaccamento ulteriore di un referendum che ha confermato l’immaturità italiana, l’incapacità degli italiani a confrontarsi civilmente su qualsiasi cosa, mai sentite tante enormità, bestialità e va bene dalla casta dei giornalisti, sputtanata oltre misura, ma che i magistrati stessi, parte in causa, arrivassero alle aperte minacce, ai regolamenti di conti è qualcosa che non si era mai visto e che dovrebbe preoccupare, molto, il Paese. In tutto questo, sono stati travolti anche gli ultimi scrupoli legalitari di facciata: tutti a selfarsi mentre votano, con la scheda in mano, un must, una dimostrazione narcisistica di importanza, come comparire negli elenchi di Epstein. In barba ai regolamenti, alle norme: si son visti elettori entrare al seggio con le spillette militanti, si sono sentiti presidenti di seggio invitare i cittadini “a votare giusto” a volte perfino specificando come, si sono visti manifesti sui muri delle sezioni, giornalisti col proprio giornale in mano che strillava l’invito. Una illegalità sostanziale, condivisa, figlia anche dei social, d’accordo, ma figlia soprattutto di quella puttana che si chiama vanità e che non rispetta più né Cristi né Madonne.

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Alla fine è andata come (non) doveva andare, volete voi Meloni o Gratteri? Ma hanno risposto Gratteri. Ed era già pronta nei media di supporto, la strategia per delegittimare, a prescindere dai numeri: “Quorum troppo basso”, “percentuale di Sì troppo bassa”, “il popolo ha respinto il golpe piduista”, “La Costituzione è salva”, “pareggiare è come perdere”, in escalation fino a “Meloni deve dimettersi”, “i fascisti nelle fogne”, “tocca a noi governare”. Sapendo che Mattarella vigilava. A proposito, il tg ieri apriva col servizio su Mattarella che andava a votare in Sicilia “accolto da un applauso scrosciante”, roba che la propaganda da Istitvto Lvce si sognava, e siccome tutti sanno come vota Mattarella, il gioco era fatto.

A maggior ragione, la grancassa ha senso oggi. Questo governo non ha la forza per imporre una sua preponderanza sui media, subisce l’agenda della sinistra su tutto, l’ha subita anche sul referendum, non si è salvato .Nonostante la sinistra abbia voluto esagerare fino ai botti finali con gli sconosciuti in disarmo che auguravano la morte a chi votava di conseguenza (è uno delle mie parti, facciamoci sempre riconoscere), esaltato dai firmaioli dei giornali pro giudici. Va bene. Vox populi, vox dei, ma questo referendum non l’ha vinto chi doveva vincerlo, l’ha perso chi ha sbagliato di più. Con tutto che il popolo ha voglia di Barabba, ma non essere stati capaci di spendere le ragioni e ottime ragioni è una colpa di chi non sa comunicare. Non di chi fa lo sporco mestiere suo.

Nell’isteria generale ma un’isteria triste, rassegnata, senza più niente di quell’eccitazione paesana di quando si andava a votare sentendosi parte di una decisione cruciale, da Fantozzi al Carlo di “Bianco, rosso e Verdone”: vedevo la gente che andava ed erano tutti spenti, rassegnati, una roba un po’ sovietica, teste chine, ghigni trattenuti, il male di vivere politico, con certi appelli fuori tempo massimo delinquenziali o demenziali, robe grottesche tipo “La giornata di uno scrutatore” di Calvino, dove le suore candide come gabbiani portavano a votare al guinzaglio i vecchi rimbecilliti dell’ospizio cui guidavano la mano tremula sul simbolo “giusto”. Sbaglierò io, ma ho visto tutto imbastardito, tutto immeschinito, dagli appelli di sussiegosa ignoranza dei “cantanti” a quello, fuori da ogni logica, di Marisa Laurito: “Eeeh no, no no perché no. Il sì è è peghicoloso, no no no”. Con la erre moscia, la nostra Ninì Tiramisù. Se ne son viste e sentite di ogni, e nessuna nobile, nessuna incoraggiante. Islamiche col velo a votare No in nome di Allah. Virologi che invitano al No contro Trump, “la matita come un missile” (a questi gli ha fatto male il vaccino). Ha vinto la plebe assetata di sangue, come sempre.

Adesso prepariamoci a morire tutti male, l’ha detto un buffone di provincia, a finire nella rete, per fare i dovuti conti, come minacciato da un magistrato potente. La Costituzione è salva, gli italiani, che non credono più a niente, neanche nel Vangelo mille volte glossato, sulla Costituzione dei padri e delle madri costituenti, come dice la Carmen Consoli, non transigono. Salvo maledire il giorno che hanno incontrato un giudice.

Max Del Papa, 23 marzo 2026

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