Politico Quotidiano

Eh no, Sansonetti: certe scemenze su Maduro non si possono sentire

sansonetti maduro aldo moro Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Se si possono sentire certe stupidaggini poderose come quella di Sansonetti che paragona Maduro ad Aldo Moro (a Quarta Repubblica), è (anche) a causa della perdurante disinformazione o mala informazione sull’affaire più misterioso e più torbido della lunga stagione terroristica italiana, del quale si pensa di saper tutto e invece si conosce poco più di niente. Se si pensa che le versioni ufficiali vennero appaltate, a mezzo Servizi, da una Dc dalla sterminata coda di paglia agli stessi brigatisti, da Moretti a Morucci, autore di un memoriale sbugiardato con dovizia in ogni pagina da esperti come l’appena scomparso Sergio Flamigni, nonché dalla seconda commissione d’inchiesta, che pure resta omertosa, e non lo nasconde, su molti aspetti.

Quello che sappiamo per certo, è che del sacrificio di Moro si comincia a parlare con anticipo decennale; sappiamo che il Moro “emolliente”, come lo vede Montanelli, lo statista compromissorio, filopalestinese, il cattolico popolare, fucino, era ampiamente inviso anche a settori del clero conservatore e della destra reazionaria: finché le Brigate Rosse leniniste s’incaricano di fare quel che fecero, giudicando peggio di tutto un ingresso dei comunisti nella cogestione statale. Sappiamo anche che, effettivamente, dei maggiorenti democristiani il presidente del partito era quello peggio o meno tutelato: l’auto blindata, chiesta dal maresciallo Leonardi, che non arriva mai, il caposcorta che, quella mattina, fa provvista di proiettili, che non gli serviranno, cogliendo segnali inquietanti; e poi la scorta di elementi inesperti, impreparati.

Ma basta tutto ciò a spiegare un’azione da commando, sulla quale gli elementi inspiegabili tuttora superano, dopo 47 anni, quelli che si è riusciti a chiarire? Basta a spiegare cinquantacinque giorni di prigionia con i carabinieri che arrivano praticamente sulla soglia del covo di Moretti, poi anche di uno dei 5 in cui Moro è via via custodito, e non insistono, si fermano, un misterioso richiamo li riporta indietro? Basta a risolvere la beffa del corpo scaricato, con atroce simbologia, a metà esatta del percorso che unisce le sedi democristiana e comunista? Basta a spazzare via le costanti anticipazioni di Pecorelli, il giornalista spione, tutte inesorabilmente fondate, tutte che implacabilmente si avverano in un trionfo del grottesco macabro? Evidentemente, palesemente non può bastare. Eppure deve, stante la constatazione che l’affaire Moro, l’operazione Moro, il delitto Moro ha finito per esaurirsi in se stesso, per diventare materia da documentario, da film (d’avventura più che di inchiesta), da fumetto. E anche da gossip e da assurdità, Moro come Maduro.

Qui Sansonetti pare alludere ad un mano americana, il che venne effettivamente confermato da Steve Pieckzenic, uomo della Cia, senza dire delle non velate minacce di Kissinger nel 1974: ma cade in contraddizione perché, se così è, va a ramengo tutta la teoria dei brigatisti genuini, puri, duri, compagni che sbagliavano, ma non tanto; va a rotoli, inoltre, tutta l’escatologia del perdonismo, del chi ha avuto ha avuto, la pietra sopra il passato, la questione politica, la riabilitazione: se Moretti e compagni lavoravano per la Cia, puoi davvero riabilitarli, nell’ottica comunista? (di fatto lo furono tutti e alla svelta, giusta la previsione, ancora una volta, di Pecorelli: “Verrà un’amnistia a tutto lavare, tutto obliare”; ma qui si aprirebbero altri discorsi, altri sospetti). Comunque, come si dice, era un altro momento, e lo era sul serio: improponibile ricollocare nell’oggi quella temperie. Si dica quel che si vuole, la si metta come si vuole, ma c’è stato un momento in cui lo Stato ha sbandato davvero, si sentiva sconfitto e lo era.

Lo era nell’ambiguità e nell’impotenza dei partiti, degli apparati di sicurezza, di parte dell’opinione pubblica e del ceto intellettuale, insomma: dello Stato, e abbiamo tremato all’idea di finire come in un Venezuela. Da ingenui, forse, ma abbiamo tremato. Quasi mezzo secolo dopo, via Fani e via Caetani sono, restano carne da commemorazione, cappottini primaverili impettiti, corone di fiori lasciate sul posto dove mani stupide, probabilmente acerbe, tracciano svastiche offensive, sì, ma non più insultanti di certi paragoni con sanguinari dittatori comunisti; mentre l’ultima commissione d’inchiesta mette insieme nuovi tasselli, nuove incongruenze, nuove omertà per concludere nel segno del fatalismo: “Quella di Moro è una storia ancora da riscrivere in diversi suoi capitoli”. Dopo quasi 50 anni. E senza più i necessari ricambi in grado (e con la voglia) di scavare, di ricevere il testimone di una curiosità storica, politica, civile che ancora attende soddisfazione.

Alla domanda sul perché sia stato ucciso, su chi aveva interesse a levarlo di mezzo, si vanno opponendo risposte pleonastiche, ottime per chiudere i conti senza farli: “Moro è stato fatto fuori perché lo volevano morto, perché c’era una guerra, perché è toccato a lui”. Tutto quel che si vuole ma per carità non perché era come un dittatore comunista capace di deportare 8 milioni di persone e di farne fuori chissà quante altre.

Max Del Papa, 9 gennaio 2026

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