
C’è una parola che in politica pesa più dei numeri, più delle dichiarazioni indignate e più degli slogan colmi di risentimento sventolati nelle piazze: coerenza. Ed è proprio su questo terreno che oggi il centrosinistra scivola rovinosamente.
Si grida allo scandalo perché il governo di centrodestra propone, con il referendum indetto per il prossimo 22 e 23 marzo, di modificare sette articoli della Costituzione. Si parla di “attentato alla Carta”, di “stravolgimento degli equilibri”, di “deriva autoritaria”. Toni apocalittici. Ma la memoria, si sa, è selettiva. Vale allora la pena riavvolgere il nastro e tornare al 2001.
In quell’anno, il governo guidato da Giuliano Amato mise mano al Titolo V della Costituzione, modificando in un colpo solo ben quindici articoli: 114, 115, 116, 117, 118, 119, 120, 123, 124, 125, 127, 128, 129, 130, 132. Non un ritocco marginale, ma una riforma profonda dell’assetto istituzionale della Repubblica, con conseguenze che ancora oggi incidono sui rapporti tra Stato e Regioni, sulla sanità, sulle competenze legislative concorrenti e sul contenzioso davanti alla Corte costituzionale.
Quel governo, per di più, non era un monocolore isolato. Era sostenuto da una vasta coalizione di centrosinistra composta, tra gli altri, da Democratici di Sinistra, Partito Popolare Italiano, UDEUR, Partito dei Comunisti Italiani, Verdi, Socialisti Democratici Italiani e I Democratici: un’alleanza ampia, articolata e politicamente rappresentativa.
Tra i protagonisti di quella stagione troviamo nomi che oggi incarnano, per il centrosinistra, l’ortodossia costituzionale: oltre all’allora presidente del Consiglio e già Presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, ricordiamo l’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella, allora ministro della Difesa in quota PPI; Pierluigi Bersani, ministro dei Trasporti in quota DS; Enrico Letta, ministro per il Commercio con l’estero in quota PPI; Romano Prodi, leader de I Democratici; Walter Veltroni, segretario dei DS. Il presidente della Camera, in quota DS, era allora Luciano Violante. Non comprimari, ma figure centrali di quella cultura politica che oggi si erge a custode supremo della Carta.
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La domanda è semplice, persino brutale nella sua evidenza: quando il centrosinistra modificava quindici articoli della Costituzione, non era forse una “manomissione”? Non era un “attentato”? Non era una “forzatura”? Oppure l’indignazione scatta solo quando a proporre le riforme è l’avversario politico?
Si dirà: “Erano altri tempi”. Certo. Ma la Costituzione è la stessa. Si dirà: “Quella riforma era necessaria”. Benissimo. Ma allora si ammetta che anche oggi una maggioranza eletta possa ritenere necessarie delle modifiche. Oppure si sostenga apertamente che la legittimità costituzionale dipenda dal colore politico di chi governa.
Il punto non è difendere acriticamente ogni proposta di riforma. Le modifiche costituzionali vanno discusse nel merito, criticate, migliorate, eventualmente respinte. Ma trasformare ogni intervento in una sorta di golpe mascherato è un esercizio retorico che mina la credibilità di chi lo pratica.
La riforma del Titolo V del 2001, tra l’altro, è stata negli anni oggetto di critiche trasversali, anche da parte di esponenti del centrosinistra, per aver generato conflitti di competenza e incertezze applicative. Eppure, all’epoca, non si parlò di “fine della democrazia”. Si rivendicò una scelta politica forte e identitaria.
Oggi la stessa area politica sembra voler riscrivere la propria storia, come se non avesse mai toccato la Carta, come se fosse sempre stata dalla parte dell’immobilismo costituzionale. È un’operazione che somiglia più a una rimozione forzata che a una riflessione seria e circostanziata.
La verità è che la Costituzione non è un feticcio intoccabile né uno strumento da agitare a intermittenza contro l’avversario. È un testo vivo che prevede esplicitamente la possibilità di essere modificato attraverso procedure rigorose. Chi ieri ha utilizzato legittimamente quegli strumenti non può oggi demonizzarli in blocco senza cadere in una contraddizione evidente.
Si può essere contrari a questa o a quella riforma: è legittimo, anzi doveroso, in una democrazia. Ma gridare allo scandalo in modo selettivo, dimenticando di aver fatto molto di più quando si era al governo, non è difesa della Costituzione: è difesa ipocrita della propria posizione politica e ideologica. E, alla lunga, l’ipocrisia non logora tanto la Carta — che resta più solida di mille sterili polemiche — quanto la credibilità di chi, opportunisticamente, sceglie ogni volta di piegarla alla convenienza del momento.
Salvatore Di Bartolo, 26 febbraio 2026
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