C’era una volta il grillismo. Quello che prometteva di spazzare via la casta, di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, di parlare direttamente al popolo senza mediazioni. Di quell’ingloriosa esperienza oggi resta ben poco: qualche inguaribile nostalgico e qualche sbiadito ricordo. Il colossale fallimento della raccolta firme promossa da Alessandro Di Battista ne è la fotografia più nitida.
La battaglia contro il finanziamento pubblico all’editoria doveva essere il manifesto del suo ritorno. Doveva dimostrare che esiste ancora un popolo pronto a seguirlo fuori dal Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. Doveva rappresentare il trampolino di lancio per un nuovo soggetto politico e incoronare ufficialmente Dibba come il “Vannacci di sinistra”. Si è trasformata, invece, nella dimostrazione opposta: un flop clamoroso.
Il punto non è condividere o meno la proposta di referendum. Si può essere favorevoli o contrari ai contributi pubblici all’editoria. La questione politica è un’altra. Se nemmeno una campagna semplice, fortemente identitaria e costruita attorno a uno dei cavalli di battaglia storici dell’universo grillino riesce a mobilitare i cittadini fino a raggiungere il numero di firme necessario, significa che quel mondo, così come lo abbiamo conosciuto, non esiste più.
Per anni Alessandro Di Battista è stato raccontato come il possibile “nuovo Grillo”, l’uomo capace di recuperare l’anima movimentista perduta dopo l’avvento di Giuseppe Conte. La realtà, però, racconta altro: scrive la parola fine su un’illusione ben più ampia di una semplice proposta referendaria, quella del grillismo di ritorno.
L’idea che bastasse riesumare i vecchi nemici – i giornali, i poteri forti, la casta – per riaccendere una stagione politica conclusa da tempo si è rivelata illusoria. Gli italiani del 2026 non sono più quelli del 2013. Hanno visto il Movimento governare con schieramenti di segno opposto, hanno assistito alle continue metamorfosi dei suoi leader e hanno imparato che l’antipolitica, una volta arrivata al potere, diventa politica come tutte le altre. Anzi, persino peggiore.
Il flop di Di Battista è quindi qualcosa di più di una raccolta firme mancata. È il certificato che il grillismo delle origini non riesce più a mobilitare il Paese. La protesta permanente ha esaurito la sua spinta propulsiva. E chi pensava di ricostruire un partito facendo leva su quella nostalgia dovrà prendere atto che la stagione del “vaffa” grillino appartiene ormai agli archivi della politica italiana.
Salvatore di Bartolo, 28 luglio 2026
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Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


