Governo Meloni, adesso serve una scossa

La politica dei bonus può distribuire consenso, ma non costruisce futuro. L'Esecutivo continui sulla strada delle riforme

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Giorgia da record: secondo esecutivo più longevo della Repubblica, mentre l’orologio corre verso la fine della legislatura, magari anche anticipata. Eppure, mentre si moltiplicano guerre e aumentano i dazi, solo in Italia si polemizza sul caso Minetti, su Beatrice Venezi e sul padiglione russo del solerte Buttafuoco, smarrendo del tutto il senso delle priorità. La sensazione è quella di una macchina governativa che stenta a ritrovare ritmo: il piano casa nell’ultimo Consiglio dei ministri potrebbe essere un nuovo inizio. Ma occorre una scossa: un primo nodo è il coordinamento tra ministeri. Ogni dicastero sembra muoversi lungo una propria traiettoria autonoma. Ne derivano sovrapposizioni, talvolta contraddizioni e spesso autogol mediatici come dimostrano le ultime schermaglie tra Matteo Salvini e Alessandro Giuli. Battibecchi che magari avrebbero potuto essere risolti in quei famosi “pre-consigli” in cui erano maestri nel passato sottosegretari del calibro di Giuliano Amato e Gianni Letta. Meno tweet, più concretezza.

Un secondo fronte riguarda le partecipate pubbliche. Più che leve strategiche, spesso somigliano a piccoli principati guidati da “imperatori delegati” che ne fanno centri autoreferenziali di potere. È possibile che figure come Claudio Descalzi, Flavio Cattaneo, Agostino Scornajenchi, Fabrizio Palermo e Paolo Scaroni non vengano mai riunite attorno a un tavolo a Palazzo Chigi per indicare suggerimenti sull’energia come fa ad esempio Donald Trump? Sul piano industriale, la questione si fa ancor più seria. Adolfo Urso, simpaticamente definito la “maglia nera” del governo, dovrebbe finalmente concentrarsi sulla costruzione di una politica industriale integrata: immaginare, ad esempio, un grande polo della meccatronica e della difesa, capace di coordinare realtà come Leonardo S.p.A., Fincantieri, Acciaierie d’Italia e Ansaldo Energia. Una semplice constatazione: oggi lo Stato non funziona come sistema. Sul fisco, poi, sbaglia bersaglio: spreme ciò che si muove (impresa e lavoro) e lascia quasi intatto ciò che non si muove, i patrimoni immobiliari. Così, si premia la rendita e si scoraggia l’innovazione: meno crescita, meno valore. Anche qui le soluzioni non sono semplici, perché i problemi odierni sono il frutto di scelte sbagliate del passato; alcune affondano addirittura nel disegno del Costituente che, con l’impianto regionalista, avulso dalla tradizione italiana, nel modo in cui poi si è evoluto ha progressivamente indebolito lo Stato-amministrazione. Prima del 1970 lo Stato centrale, pur con i suoi limiti, funzionava: burocrazia solida, visione, capacità di costruire industria, produrre energia e realizzare infrastrutture.

Con le competenze alle Regioni, il baricentro si è spostato senza risultati: oggi sono soprattutto “macro-ASL”, con la sanità che assorbe circa il 70% dei bilanci, margini limitati di sviluppo e costi di apparato elevati. L’idea è netta e rivoluzionaria: abolirle per liberare risorse da destinare a crescita e innovazione. A questo punto servirebbe un test di realtà: un sondaggio serio, magari affidato alla sensibilità analitica di Alessandra Ghisleri, per capire come reagirebbe davvero l’elettorato a un referendum costituzionale sulla loro soppressione. Tornando alle vicende politiche contingenti, va detto come Meloni abbia costruito la sua leadership internazionale fondata su responsabilità e continuità. Ora quella stessa energia va tradotta all’interno del governo: cabine di regia più incisive, magari introducendo un consiglio di gabinetto con i ministri chiave, monitoraggio costante dell’attuazione, incentivi – e, quando necessario, sanzioni – legati ai risultati. Non è tecnocrazia, è politica nel suo significato più concreto. La sfida, però, non è solo italiana: nel confronto Stati Uniti–Cina, l’Europa rischia di restare una potenza regolatoria senza potere strategico. A Bruxelles serve ambizione: un campione tecnologico europeo – una sorta di “Palantir Technologies” in versione Ue – capace di integrare dati, difesa, IA e industria. Perché oggi la sovranità non si misura più solo nei confini, ma nelle infrastrutture digitali.

In questa prospettiva, il ritorno a un’Europa più politica diventa inevitabile. Dopo anni di paralisi dovute ai veti incrociati, sarebbe necessario riaprire con forza il tema del voto a maggioranza. Un’Unione Europea che vuole contare non può restare ostaggio dell’unanimità permanente. Tra Washington e Pechino, il futuro del Vecchio Continente dipenderà dalla capacità di evolversi verso un assetto più federale, capace di esprimersi con una sola voce su industria, energia, difesa e tecnologia. I dati, del resto, lo confermano. E converrebbe soprattutto all’Italia, che è tra i Paesi meno cresciuti negli ultimi vent’anni. Emerge uno spaccato critico sulla spesa pubblica e sul ritorno effettivo degli investimenti, troppo spesso usati come sostituti delle riforme strutturali, sempre annunciate ma raramente realizzate. Per questo, non avendo grandi margini finanziari, la strada è obbligata: lavorare sulle riforme. La politica dei bonus, si sa, può distribuire consenso, ma non costruisce futuro. Se non si interviene sulla produttività, la crescita resta debole anche quando il ciclo aiuta. E il punto non è solo crescere di più, ma crescere meglio: aumentare la produttività totale dei fattori, ridurre i costi di transazione, rendere più facile fare impresa e attrarre investimenti.

Non aiuta, in questo quadro, il contrasto tra i due vicepresidenti Salvini e Tajani sulle scelte economiche: più debito, sfidando i vincoli del Patto di stabilità e crescita, oppure più integrazione, affidandosi al meccanismo europeo di stabilità. Questo non è pluralismo, è disordine: due bussole che indicano direzioni opposte. Senza una sintesi, la linea economica diventa rumore. E il conto arriva comunque. Perché, alla fine, la politica resta un esercizio di visione e organizzazione. E se questo governo vuole arrivare alle elezioni con una credibilità rafforzata, deve dimostrare di saper funzionare meglio, non solo di voler fare di più. Servono pochi punti chiari, tempi certi e risultati verificabili: il tempo sta per scadere. Gli elettori giudicano i risultati concreti, non le intenzioni. E speriamo almeno che questa volta non inizi il solito balletto sulla legge elettorale. Riguardo a quest’ultimo tema, una riflessione è d’obbligo. Come mai il declino di questo Paese è iniziato con l’introduzione del maggioritario agli inizi degli anni Novanta? Sarebbe utile una riflessione sul riaprire al sistema proporzionale, magari con una soglia di sbarramento: potrebbe favorire intese di “buon senso” tra le istanze politiche del Paese, a prescindere dagli artificiali schieramenti di questi ultimi decenni, che hanno solo spinto al conflitto permanente. Per dirla con Aldo Moro: “Il compromesso non è una resa, ma l’arte di avanzare insieme quando nessuno può farcela da solo.”

Luigi Bisignani per Il Tempo 3 maggio 2026

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