Il 25 aprile diciamo la verità: oggi l’Italia muore perché antifascista

Tra memoria e polemica politica, la ricorrenza è un campo di scontro permanente

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25 aprile

Umberto Eco ce lo aveva spacciato per ur-fascismo, il fascismo infinito che non passa, depositato nell’autobiografia della nazione come voleva Piero Gobetti o eternamente risorgente a covare sotto la patina del consumismo democratico come insisteva Giorgio Bocca: gli intellettuali hanno sempre visto, anche ossessivamente, un fascismo che magari conoscevano per averlo bazzicato da giovanissimi, mai o quasi mai o comunque tollerandolo con benevolenza, l’ur-resistenzialismo peloso che dalla Liberazione, sulla Liberazione campa e ci campa bene anzi ancora meglio, passando il tempo.

Siamo a 81 anni dalla sconfitta definitiva del Regime, a 83 dal suo tracollo ma non basta, ogni volta che c’è una destra, anche morbida, anche annacquata, al governo il milieu resistenziale torna con le sue contorsioni da farisei; oggi le facce sono quelle dei Saviano, degli Scurati, i professionisti del lamento utilitaristico e molto paraculo.

Il paradosso, non tanto paradosso, è che la ricorrenza inclusiva per definizione si è declinata nel tempo come la sagra dell’esclusione in un razzismo ideologico che diventa biologico, austriaco. Ma io me la ricordo quella processione sotto la pioggia di un 25 aprile 1994 da tregenda, lo rivedo il Senatur che non fiatava mentre una pioggia di sputi nel diluvio spuntava dagli ombrelli e lo centrava, sputi e monete, bestemmie, minacce e lui dritto lungo corso Buenos Aires a capo chino ad assorbire quell’intolleranza democratica, lui che era un casinista ma fascista non era stato mai anzi l’antifascismo istintuale lo aveva nel sangue così come fascista non poteva essere Berlusconi, il “Cavaliere nero” il cui liberismo anarcoide e godereccio era incompatibile con le liturgie repressive mussoliniane.

Ma per Bocca, per gli altri guardiani della Costituzione, lui aveva risdoganato il fascismo peggiore e l’altro gli era subito salito in groppa. E adesso lo annegavano di maledizioni gli esagitati saliti da tutta Italia coi treni, i pullman della Cgil e pagati dall’Italia antifascista e cogliona.

Trentadue anni dopo tocca a Giorgia Meloni e il gioco riprende perfino peggiore perché sanno che lei è vulnerabile, indebolita dagli attacchi convergenti di Trump e di Putin coi suoi sottopancia in accordo con gli omologhi dei 5 stelle nazionali e così il 25 aprile diventa pretesto strategico e un po’ miserabile. Perché nessuno ci crede al fascismo di una che in 4 anni ha fatto di tutto per andar d’accordo con la sinistra italiana ed europea, per non mettersi tra i piedi sapendo che Mattarella non l’avrebbe perdonata, ma il gioco è sempre il solito: non accontentarsi, guai a cedere di un millimetro, a offrire disponibilità, che ti seppelliscono vivo, ti additano in fama di nazista. Rassegniamoci, oggi, a sentire il solito rosario dei democratici isterici a base di fascista, nazista, cagna, troia, ladra, bastarda, carciofara, da bruciare, da sparare.

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25 aprile chiama Primo maggio coi suoi artistucoli propagandistici che il Colle nomina cavalieri, commendatori anche se non valgono una cicca. I trombettieri del resistenzialismo decrepito come il Pelù che, allo stesso modo del Lindo Ferretti coi CSI, riesuma i Litfiba dopo 40 anni per l’ultimo giro di giostra monetaria, biglietti e magliettine e cimeli venduti a caro salatissimo perché la nostalgia dei coglioni è quella che costa più cara.

I coglioni e gli ipocriti: gli eredi del moralismo filoterroristico dei Lotta Continua e dell’Autonomia di Negri che non facevano sconti a nessuno, neanche al travet da due soldi che si concedeva la vacanzina estiva sull’utilitaria, non li vedono i giri dei calciatori milionari che alimentano i giri mignottari che coprono il riciclaggio dei soldi mafiosi della droga e delle scommesse.

Non li vedono e se li vedono non fiatano, gli va benissimo così anzi vanno allo stadio a far casino ma per amor di casino, di sfascio, non certo contro questi pupazzi del capitalismo più sfrenato e milionario, calciatori, rapper, influencer in fila per tre col resto di due al Primo Maggio o a Sanremo.

Allora? Allora i fascismi incorreggibili di Roberto Fiore saranno canaglieschi nel volere un convegno anti-antifascista a Predappio, ma proibirglielo con la scusa che l’ex stabilimento “l’Arte” è a rischio di crollo è davvero miserabile se non si trova il coraggio di dire che il 25 aprile democratico è liturgia che non tollera niente e nessuno, dalle provocazioni reduciste e patetiche alle voci moderate e, al di fuori del proprio coro rosso antico. Il 25 aprile serve anche come pretesto strategico, per cucire nuove alleanze come quella tra PD e Forza Italia che gli eredi Berlusconi mandano, in sabotaggio di donna Giorgia, a sfilare con la sinistra piddina e i rottami filostalinisti dell’ANPI. Dite che è inaudito, che è incredibile? Ma no, in Italia di incredibile c’è poco e niente e regolarmente la cosa più vera è quella meno presentabile, meno attendibile.

Quest’anno come ogni anno e più di ogni anno la doppietta 25 aprile-1 maggio dell’ur-resistenzialismo a base di furori antitrumpiani, antisemiti, antimeloniani, tutto tranne che una memoria seria, decente, ma memoria, per dire riflessione posata, distesa dopo 80 e passa anni. Al contrario, sullo sfondo si agitano le ombre teppistiche e violente degli antagonisti mandati a fomentare casini fidando come sempre nella porosità del governo che più è tollerante e perfino lassista e più si prende del fascista. Da chi? Da gente come Ilaria Salis, pensa te il pulpito resistenziale.

Dicono che chi dimentica si condanna a rivivere il peggio, ma il peggio rivive nella memoria ossessiva e strumentale. Dire che l’Italia meloniana nel 2026 è infettata dal nazifascismo è peggio che grottesco, è delirante, farabuttesco ma lo diranno, lo dicono e questo rende il Paese “l’Italia che muore, che muore” come canta il mio amico Umberto Maria Giardini in un lamento di chitarre che simulano ambulanze. E muore non come fascista, muore da antifascista che si consegna al maranzato islamista, Paese sfilacciato nell’Europa spappolata nell’Occidente che si arrende, altro che storie. Che muore, che muore.

Max Del Papa, 25 aprile 2026

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