Il conservatorismo di un’élite progressista che blocca il Paese

Come il progressismo italiano difende lo status quo mentre predica il cambiamento

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Il conservatorismo che blocca il paese

C’è un paradosso tutto italiano che merita di essere messo a nudo senza giri di parole: l’autoproclamata élite “progressista” che domina buona parte del dibattito pubblico è, nei fatti, la più solida architrave del conservatorismo nazionale.

Parlano di cambiamento come di un mantra, lo evocano a ogni occasione utile, lo rivestono di slogan accattivanti e lo trasformano in un marchio identitario. Ma quando poi il cambiamento bussa davvero alla porta — sotto forma di riforme concrete, redistribuzione del potere, revisione di rendite e privilegi — ecco che il linguaggio muta, si irrigidisce, si fa improvvisamente apocalittico. Ogni proposta diventa “pericolosa”, ogni intervento è una “deriva” autoritaria, ogni tentativo è un “attacco” a valori sacri e intoccabili.

Il meccanismo è sempre lo stesso: sacralizzare l’esistente per impedire qualsiasi trasformazione. La retorica è raffinata, colta, persino seducente. Si invocano principi altissimi, si tirano in ballo diritti, equilibri, storia, perfino estetica istituzionale. Ma sotto questa patina elegante si nasconde una realtà molto più semplice e molto meno nobile: la difesa di uno status quo che garantisce posizioni, visibilità, influenza.

Non è un caso che il cambiamento venga accettato solo quando è innocuo, simbolico, reversibile. Riforme cosmetiche, mai strutturali. Innovazioni di facciata, mai di sostanza. Perché la sostanza, quella vera, implicherebbe una vera redistribuzione del potere — e il potere, si sa, non si cede mai volontariamente.

Così nasce un “partito invisibile” ma potentissimo: ufficialmente non ha tessere né sedi, ma occupa sistematicamente redazioni, salotti televisivi, festival culturali, università, palazzi delle istituzioni. Non ha un programma ufficiale, ma una linea chiarissima: tutto deve cambiare a parole, nulla deve cambiare nei fatti. E chi prova a rompere questo schema viene immediatamente delegittimato. Non importa il merito delle proposte: conta incasellare l’avversario, ridurlo a caricatura, neutralizzarlo. È un riflesso pavloviano: se qualcosa minaccia l’equilibrio esistente, allora dev’essere sbagliato per definizione.

Il risultato è un Paese bloccato, dove ogni tentativo di riforma si infrange contro un muro di resistenza culturale prima ancora che politica. Un immobilismo che non viene mai rivendicato apertamente, ma sempre travestito da prudenza, da senso delle istituzioni, da responsabilità. Ma la verità è più scomoda: dietro la difesa di principi, ideali e valori, spesso si nasconde semplicemente la tutela dei propri interessi. E dietro la retorica del progresso, una paura profonda del cambiamento reale.

Smascherare questo meccanismo è il primo passo per riformare un’Italia affetta da troppo tempo da una sorta di immobilismo cronico. Perché finché il conservatorismo continuerà a presentarsi con il volto rassicurante del progresso, ogni tentativo di riforma sarà destinato a impantanarsi. E il Paese resterà fermo, elegantemente immobile, mentre il resto del mondo va avanti.

Salvatore di Bartolo, 22 marzo 2026

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