Politico Quotidiano

Il costituzionalista Pd smonta il Pd: “La Carta? Va cambiata per forza”

Stefano Ceccanti fa parte del comitato della "Sinistra per il Sì" al referendum: "Chi ha detto che due Csm sono più deboli di uno solo?"

Stefano Ceccanti
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«Ma no. Non disarticoliamo niente. Anzi. Togliamo l’ultimo pezzo del processo inquisitorio». Da Lille, dove partecipa a un convegno internazionale di costituzionalisti, Stefano Ceccanti liquida così le accuse di chi vede nella riforma della giustizia una deriva autoritaria. Il costituzionalista Pd, tra i volti della cosiddetta “sinistra del Sì”, ribalta la prospettiva: la riforma non è una forzatura, ma un completamento coerente del disegno costituzionale.

«La Costituzione non solo prevede cambiamenti, ma in questo caso li impone», afferma con nettezza in una intervista al Corriere. E richiama un passaggio spesso ignorato: «Alla VII disposizione transitoria si diceva esplicitamente che bisognasse cambiare l’ordinamento giudiziario, perché era ancora quello vecchio con giudice e accusa dalla stessa parte. I padri costituenti volevano un modello molto più aperto». Da lì, una traiettoria che – secondo Ceccanti – arriva fino a oggi: «A fine anni ’80 la legge Vassalli introdusse il codice accusatorio. Poi si cambiò l’articolo 111 per prevedere un giudice terzo. Sono passaggi coerenti tra loro e con questa riforma».

Sul nodo più controverso, la separazione del Csm, il professore respinge l’idea che due organi siano più deboli di uno: «Chi ha detto che due organi sono più deboli? Se negli Usa ci fosse un’unica Camera invece di due, il Parlamento non sarebbe più forte». E insiste: «I due Csm hanno le stesse prerogative e la stessa percentuale di togati, che restano la maggioranza».

Nemmeno lo scenario di un pubblico ministero esposto alla pressione politica lo convince: «Se un pm viene attaccato con atti illegali può sollevare conflitto di attribuzione alla Corte Costituzionale. Ora è scritto in maniera più chiara: il pm ha la stessa indipendenza del giudice». Ma, aggiunge, «il sistema non va visto nell’ottica dei magistrati, né dei politici». Il punto di vista, per Ceccanti, deve essere un altro: «Quello dei cittadini. Ci sono troppi rinvii a giudizio di persone poi assolte». Da qui la logica della riforma: «Dove c’è un giudice terzo non ci può essere l’accusa». E ancora: «I minori errori dipenderanno da una maggiore capacità deterrente della Corte disciplinare. Qui si parla di tutela del cittadino da parte di un giudice più indipendente».

Sul tema delle garanzie, il costituzionalista prova a smontare i timori di una politicizzazione degli organi: «I principi costituzionali per gli organi di garanzia prevedono tutele. E obbligano ad adottare o un quorum rafforzato, oppure un voto limitato». Anche l’eventualità di forzature future viene ridimensionata: «Nessun presidente della Repubblica lo accetterebbe. Ci dobbiamo fidare della Costituzione, che prevede il ruolo di moral suasion del capo dello Stato e dell’indipendenza della Corte Costituzionale».

Infine, il passaggio più delicato: la transizione. «C’è un periodo di dodici mesi che sarà gestito per intero dal presidente Mattarella. Questo dovrebbe tranquillizzare tutti». Un elemento che, nelle intenzioni del fronte del Sì, serve proprio a evitare strappi. Quanto alle pressioni politiche, Ceccanti rivendica coerenza: «La mia associazione Libertà Eguale è del ’99. Da allora ripetiamo le stesse cose. Per noi hanno valore permanente». E chiude con una stoccata: «Ad altri potevano chiedere di votare per appartenenza di partito. A me no».

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