In un articolo pubblicato oggi, Il Fatto Quotidiano rilancia un presunto tentativo di scalata ai vertici di Fratelli d’Italia da parte di un consorzio mafioso legato al clan Senese, risalente alla primavera del 2020. Protagonisti della vicenda sarebbero il pentito Gioacchino Amico e il suo “mentore”, oggi imputato, Giancarlo Vestiti.
Il pezzo si concentra su una conversazione intercettata in cui Vestiti fa il nome di Ignazio La Russa, all’epoca vicepresidente del Senato. Dopo diverse righe dal tono piuttosto fantasioso, il giornale diretto da Travaglio si limita a precisare, peraltro solo tra parentesi, che l’attuale Presidente del Senato non è coinvolto nell’inchiesta. La formula è sempre la stessa: si accumulano indizi, si evocano rapporti di livello istituzionale e si introduce un nome altisonante, pronto a suscitare indignazione.
Solo a piè di pagina si informa il lettore che il nome citato — in questo caso La Russa — non è nemmeno oggetto di indagini. Qualche giorno fa, un trattamento analogo è toccato a Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera ed esponente di Forza Italia, nonché uno dei principali sostenitori della campagna per il SÌ al referendum.
L’inchiesta “epocale”? Un’intercettazione del marzo 2021 — quindi di cinque anni fa — in cui il pentito Amico afferma di conoscerlo e di averci parlato dopo la sua nomina a sottosegretario alla Difesa nel governo Draghi. Mulè, tuttavia, non è indagato, non è testimone e non è nemmeno lontanamente sfiorato da sospetti giudiziari. Non a caso, l’intercettazione oggi riproposta è rimasta per anni nei cassetti della Procura di Milano, evidentemente ritenuta irrilevante.
Eppure oggi viene riesumata per suggerire un suo coinvolgimento, lasciando intendere — tra le righe — un rapporto di amicizia con un pentito legato ad ambienti mafiosi. Mulè ha reagito con durezza, parlando di un vero e proprio “registro degli infangati”: una lunga lista di persone non indagate ma ugualmente esposte al pubblico ludibrio al fine di delegittimarle. Una tecnica che, secondo questa lettura, sarebbe stata utilizzata anche di recente nel caso della fotografia che ritrae Giorgia Meloni accanto a un individuo poi rivelatosi criminale, di cui la Premier ignorava l’identità.
Lo schema, dunque, si ripeterebbe: si prende un elemento marginale o il nome pronunciato da un pentito, lo si amplifica, lo si collega al centrodestra e lo si presenta come prova di un sistema compromesso. Ciò che preoccupa, secondo l’autore, è l’intensificarsi di questi attacchi dopo la conclusione del referendum sulla giustizia.
Viene quindi sollevato un interrogativo, richiamando anche considerazioni attribuite al magistrato Gratteri: alcuni giornali starebbero forse sfruttando la disponibilità di intercettazioni, anche datate e non rilevanti, per colpire figure ritenute scomode o invise a determinati ambienti?
Quel che è certo, prosegue il testo, è che narrazioni basate su insinuazioni e presunzioni di colpevolezza risultano inaccettabili. Questo modo di procedere non sarebbe giornalismo d’inchiesta, bensì un copione politico travestito da informazione, utile a rafforzare una narrazione secondo cui la destra sarebbe strutturalmente collusa e moralmente compromessa.
Un racconto che, secondo questa visione, servirebbe anche a delegittimare un governo che, nonostante le difficoltà, continua a mantenere un consenso stabile.
L’auspicio finale è che i lettori, al di là delle proprie preferenze politiche, mantengano uno spirito critico e riconoscano quando articoli costruiti su intercettazioni, messaggi o immagini di anni passati non mirano alla ricerca della verità, ma alla costruzione di rappresentazioni distorte.
E, forse, anche a distogliere l’attenzione da altre vicende, come quelle relative a presunti finanziamenti opachi che inizierebbero a coinvolgere alcune testate giornalistiche.
Alessandro Bonelli, 10 aprile 2026
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Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


