Il mondo rovesciato delle toghe manettare

Lo show di Gherardo Colombo su Mani Pulite, come se fosse stato spettatore delle macerie e non attore di quella stagione

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Gherardo Colombo per Bisignani

Una volta la storia la scrivevano i vincitori. Wiston Churchill la raccontava dopo aver vinto la guerra. Giulio Cesare narrava le sue campagne dopo aver attraversato il Rubicone. Entrambi mettevano la firma su ciò che avevano fatto. Non si celavano dietro la postura rassicurante dell’osservatore neutrale. Poi c’è la versione meneghina. Alla presentazione, alla Rizzoli di Milano, de Il colpevole di Sergio Cusani, prende prepotentemente la scena Gherardo Colombo, magistrato militante, ex Pm simbolo di Mani Pulite, con il convitato assente ma inevitabile di quella stagione, Antonio Di Pietro.

Colombo con la sua erre moscia era il più radical chic dei pm dell’offensiva giudiziaria — complementare alla rudezza operativa di Di Pietro — oggi, il magistrato parla con i toni distaccati di chi analizza un fenomeno storico dall’esterno. Come se fosse stato spettatore delle macerie e non attore di quella stagione che travolse la Prima Repubblica. Un lupo travestito da agnello. Cusani ha pagato con la prigione. Anni veri. Colombo, invece, dal banco dell’accusa alla cattedra morale. È una traiettoria spesso possibile, certo. Ma resta singolare che chi ha esercitato un potere tanto incisivo possa oggi narrarlo con la compostezza di un commentatore neutrale.

Mani Pulite non fu un seminario sulla Costituzione. Fu una mattanza che rase al suolo vite umane, carriere, reputazioni, partiti. Con un’eccezione non marginale: il Pci. Mentre un sistema politico veniva spazzato via, l’assetto economico si riorganizzava. La Ferruzzi, unica vera multinazionale italiana di allora, veniva sbriciolata nel vortice giudiziario e finanziario, mentre altri centri di potere restavano in piedi: dalla Fiat a De Benedetti a Pesenti, sotto la regia di Mediobanca. Non tutti furono colpiti con la medesima vis eversiva. Alcuni caddero, altri osservarono. Qualcuno, nel frattempo, si riorganizzava.

Meno male che Carlo Sama, mentre Colombo guadagnava l’uscita dopo il suo show, abbia incrinato quel clima ovattato, forte della sua coraggiosa battaglia pubblica e personale che ha ridato l’onore ai Ferruzzi, riportando nel dibattito pubblico intrecci e responsabilità che non abitavano solo nelle aule di tribunale, ma anche nei salotti che contano. Tre nomi per tutti: Enrico Cuccia, Vincenzo Maranghi e Guido Rossi. Il mondo alla rovescia, appunto: chi ha pagato continua a portare addosso il peso di quegli anni; chi ha esercitato quel potere oggi può permettersi di raccontarlo come un capitolo chiuso, come se fosse passato in libreria per caso. E intanto il silenzio lasciato da Gabriele Cagliari, Raul Gardini, Sergio Moroni e altri, fa ancora rumore. La storia, si sa, ama i narratori. Più raramente interroga i registi.

Luigi Bisignani, 4 marzo 2026

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