A pochi giorni dal voto il fronte del “No” al referendum sulla giustizia sembra aver perso la bussola. Più ci si avvicina alle urne del 22 e 23 marzo, più la campagna si riempie di allarmi apocalittici, interpretazioni fantasiose e, diciamolo senza giri di parole, castronerie. Il copione è quello ormai classico: trasformare una riforma — discutibile quanto si vuole — in una specie di golpe istituzionale. Il problema è che, a furia di tirare la corda, il dibattito rischia di diventare caricaturale.
L’ultimo esempio arriva da Maurizio Landini, che ha deciso di alzare l’asticella della retorica fino a livelli surreali. A sentir lui, il referendum sarebbe addirittura uno spartiacque tra democrazia e autoritarismo. Parole sue: “Il voto del referendum vede da una parte chi vuole applicare la Costituzione e difendere la democrazia di questo Paese e dall’altra chi invece la Costituzione la vuole cambiare in maniera autoritaria. Per questo è importante andare a votare e votare no”. Insomma, secondo il leader della Cgil chi voterà sì finirà automaticamente nella barricata degli aspiranti autocrati. Una tesi piuttosto curiosa, se si pensa che tra i sostenitori del referendum ci sono anche esponenti e intellettuali di area progressista. Ma nella narrazione del fronte del no la sfumatura non esiste: o stai con la Costituzione o stai con gli autoritari.
Landini poi rincara la dose, sostenendo che il referendum non migliorerebbe affatto la giustizia ma avrebbe un obiettivo ben diverso: “Noi diciamo da tempo che bisogna far funzionare meglio la giustizia, bisogna fare le assunzioni, fare investimenti, usare maggiori tecnologie. Ma questo referendum non affronta questi temi, vuole cambiare sette articoli della Costituzione e ridurre l’autonomia della magistratura, di cui invece abbiamo bisogno. L’obiettivo del governo è essere meno controllato e poter influenzare la magistratura“. E per non farsi mancare nulla, il segretario della Cgil inserisce la consultazione in un presunto disegno complessivo del governo contro la Carta, dalla legge sull’autonomia differenziata al premierato fino al decreto sicurezza: “Quando si dice che c’è un governo che vuole mettere in discussione la costituzione, non è un processo alle intenzioni ma un’analisi di quello che sta succedendo”. Il salto logico è notevole: da un referendum sulla giustizia si passa direttamente alla demolizione dello Stato costituzionale. Ma ormai il clima della campagna referendaria è questo. E quando la discussione deraglia in questo modo, significa che gli argomenti iniziano a scarseggiare.
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Non va molto meglio sul fronte degli ex primi ministri. Anche Mario Monti, intervistato dal Corriere della Sera, ha scelto di schierarsi per il no. Scelta legittima, naturalmente. Meno convincente è la drammatizzazione della posta in gioco. L’ex premier spiega: “Voterò no, non per punire il governo, di cui ho più volte sottolineato certi meriti. Non per favorire le opposizioni, che solo in sé possono trovare la forza per presentare un’alternativa credibile. Ma soltanto per una ragione che a me sembra molto più fondamentale: che l’Italia continui a stare dalla parte dello Stato di diritto, nella vita del Paese e nel sistema internazionale”. Anche qui il messaggio è chiarissimo: votare sì significherebbe mettere a rischio lo Stato di diritto. La stessa linea dell’Anm. Un passaggio che Monti argomenta così: “l’unico effetto indiscutibile della riforma sarebbe di spostare l’equilibrio dei poteri tra l’esecutivo e il giudiziario, a favore del primo. Se mi preoccupa? Molto. Può sembrare un limitato smottamento, al confine tra due terreni. Ma, come sappiamo bene in Italia, uno smottamento può trasformarsi in una grande frana”.
La metafora geologica è suggestiva, ma il ragionamento resta quello ormai tipico del fronte del “No”: ogni modifica dell’assetto attuale della giustizia diventa automaticamente l’anticamera di una catastrofe istituzionale. E infatti Monti arriva a sostenere che esisterebbe una sorta di filo rosso che lega diverse iniziative del governo: “l’insofferenza profonda ha spesso caratterizzato l’atteggiamento dell’attuale governo quando la magistratura o la Corte dei Conti hanno sanzionato suoi atti. La coerenza propositiva è quella che lega tra loro più proposte del governo, accomunate dall’intento di depotenziare alcuni presidi dello Stato di diritto, visti come inaccettabili ostacoli all’esecutivo. Mi riferisco alla riforma sul premierato intesa ad accrescere la governabilità e la legge elettorale recentemente presentata, con meccanismi intesi a rafforzare notevolmente la maggioranza”.
Il risultato è un clima da fine della democrazia che appare francamente sproporzionato rispetto alla posta in gioco. Si può essere favorevoli o contrari al referendum — e ci mancherebbe — ma trasformare ogni voto in una battaglia esistenziale per salvare la Repubblica è il modo migliore per svuotare di senso il dibattito pubblico. Forse è proprio questo il punto: quando il fronte del no arriva a sostenere che un sì al referendum significhi scivolare nell’autoritarismo o abbandonare lo Stato di diritto, più che un’analisi sembra il segno di una campagna in difficoltà. Perché quando gli argomenti scarseggiano, restano gli allarmi. E, sempre più spesso, le castronerie.
Franco Lodige, 16 marzo 2026
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