Politico Quotidiano

Il problema dell’immigrazione spiegato in cinque parole

Non solo sbarchi: sotto accusa finiscono interessi economici, narrazioni mediatiche e una politica ritenuta incapace di affrontare il problema

il problema dell'immigrazione
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È tutta una questione di ‘i’. Innanzitutto, l’Immigrazione, la prima ‘i’; ormai evidente che c’è più di qualcosa che non va; subiamo una immigrazione Incontrollata, ecco quindi la seconda ‘i’, che se è vero che permette di colmare lacune di forza lavoro è ormai innegabile che stia creando grandi problemi di coesione sociale e di sicurezza.

Attenzione, non è solo un problema di immigrazione clandestina; c’è anche quella regolare, a partire dai famosi ricongiungimenti, molto rilevante per volumi. Il problema a monte è che non si riesce a ricondurre a livelli accettabili la prima ‘i’ e ad eliminare la seconda a cause di altre ‘i’.

Innanzitutto, ci sono gli Ingenui (la terza ‘i’). Gli ingenui sono quelli che pensano che ‘scappano dalla guerra’, non rendendosi conto che di solito dalla guerra scappano donne, bambini, anziani (gli sfollati della seconda guerra mondiale), mentre qui abbiamo prevalentemente giovani uomini nel pieno del vigore.

Sono quelli che vanno a messa e si sentono dire che ‘bisogna accogliere i migranti’, senza condizioni, senza limiti; sono quelli che non hanno figli in scuole dove gli italiani sono minoranza; sono anche quelli che hanno tanta paura di passare per razzisti da non riuscire a dire ciò che in cuor loro forse pensano.

Gli sono poi gli Interessati (la quarta ‘i’). Pochi si rendono conto di quanta gente viva di immigrazione: chi gestisce i centri di accoglienza, chi ci lavora, chi fornisce servizi, gli avvocati che forniscono patrocinio gratuito (pensate, con le nostre tasse paghiamo l’avvocato a clandestini che non hanno diritto di stare nel nostro paese e che cercano in tutti modi di rimanerci), i traduttori (e a volte leggiamo di delinquenti lasciati liberi per vizi di traduzione), i ‘mediatori culturali’ (mah…) e chi sa quanti altri.

Alla stessa categoria degli interessati appartengono i politici rappresentanti dei partiti che cercano voti. Ragionano con i soldi nostri come nelle aziende: crescita non più organica (hanno sempre meno voti dagli italiani) ma per acquisizioni.

Infine, ci sono gli Indottrinati (la quinta ‘i’). Nostri connazionali che leggono i giornali che piacciono alla gente che piace e che guardano le trasmissioni dotte in TV; sono quelli che hanno saputo di Henry Novak solo dopo che i conseguenti scontri a Belfast hanno potuto far passare la notizia della terribile morte di quel ragazzo in secondo piano.

Sono quelli che ancora non sanno dello scandalo delle rape gang in Gran Bretagna (non frequentano X del malvagio Musk ovviamente); sono quelli che pensano ciò che ritengono sia giusto pensare, non quello che penserebbero veramente se fossero liberi e informati; sono quelli che non sono (ancora) toccati nella loro vita quotidiana dal problema dell’immigrazione.

E come lavorare su queste tre ‘i’ ? Gli Ingenui sono tanti, sono probabilmente una quantità fisiologica, ma vanno svegliati dal loro torpore informativo passivo. Qui c’è bisogno di uno sforzo da parte nostra, dobbiamo informarli, metterli di fronte alle contraddizioni del loro pensiero indotto, dobbiamo non farli vergognare. C’è tuttavia da sperare che tanti di loro appartengano alla folta schiera dei non votanti.

Gli Interessati sono per fortuna un gruppo non numeroso rispetto al totale, ed è tempo perso dedicarcisi; non si possono permettere di cambiare idea.

Il vero problema sono gli Indottrinati; sono tanti, sono convinti; hanno tuttavia due lacune su cui possiamo lavorare: informazione e lungimiranza. È necessario fornirgli elementi nuovi di pensiero, a piccole dosi però, un lavoro continuo e progressivo.

Fargli capire che gli italiani che emigravano in America, loro classico riferimento, venivano rispediti indietro se malati (noi “accogliamo” chi ha la scabbia e altro), alla seconda o terza generazione cominciavano a chiamare i figli John ed Elizabeth (vi risulta che le nostre seconde o terze generazioni si chiamino Maria o Francesco?), ricevevano subito un lavoro, etc etc.

Fargli capire che abituarsi a vedersi consegnato tutto a casa alimenta questa immigrazione non necessaria (si può uscire a far la spesa, si può cucinare), che se oggi il problema non lo vedono, se non hanno il centro di accoglienza sotto casa, se gli basta sentirsi buoni lasciando la mancia all’uscita dal supermercato o al semaforo, se tutto questo oggi è folklore che permette loro di fare i buoni, beh, difficile che all’aumentare dei volumi non diventi un problema anche per loro (la citata mancanza di lungimiranza).

Dovrebbero anche aprirsi alla cronaca locale, vera fucina di conoscenza, purtroppo. E dovrebbero ascoltare la gente per strada; se si è curiosi capita facilmente di imbattersi in conversazioni dalle quali si colgono frasi come: ‘insomma, ti ci fanno diventare razzista’, ‘non se ne può più’, ‘ma che schifo che è diventato’, …

E attenzione, queste frasi non escono dalla bocca di palestrati rasati e tatuati che loro possono senza sforzo caratterizzare come fascisti, no, provengono da tranquille signore settantenni che non hanno altra, legittima, aspettativa che di vivere serenamente.

Nota finale: interessante come molti di sinistra commentino la proposta sulla remigrazione. Senza gli immigrati, dicono, chi raccoglierebbe i pomodori e chi (testuale) ‘pulirebbe il sedere ai nostri vecchi?’. Suona un po’ schiavista, no?

Franco Lodige, 15 luglio 2026

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