I dibattiti e le dichiarazioni in merito al referendum costituzionale del 22-23 marzo sulla riforma della giustizia stanno raggiungendo vette fantascientifiche. In questi giorni il passaggio della manovra più chiacchierato è anche il più noto: la riforma, approvata dal Parlamento ma sottoposta a conferma popolare, introdurrebbe tra le altre cose il sorteggio per i membri dei due nuovi Consigli Superiori della Magistratura (CSM): un terzo, laici, estratti da elenchi di professori e avvocati indicati dal Parlamento, due terzi togati sorteggiati tra magistrati giudicanti e requirenti.
Ovviamente una misura necessaria per spezzare le catene delle correnti interne alla magistratura, quelle stesse che hanno generato scandali come l’affaire Palamara, rivelando un sistema di nomine politicizzate e clientelari. Eppure in questi giorni, tra i detrattori del sorteggio, è rispuntato Giorgio Parisi, Premio Nobel per la Fisica nel 2021, che ha scelto di schierarsi per il No con un paragone che definire inappropriato è un eufemismo: “Vorreste che i Premi Nobel fossero scelti estraendoli a sorte fra tutti gli scienziati? Io no”. Forse bisognerebbe dire al caro Parisi che la stessa cosa l’ha detta un giorno prima Giovanni Storti di “Aldo, Giovanni e Giacomo”, simulando un sorteggio per scegliere gli attori del suo prossimo film comico. Già questo dovrebbe bastare per far comprendere al premio Nobel di non aver detto una avanguardista e colta verità sul referendum, ma una simpatica sciocchezza.
Il motivo è semplicissimo: con la sua autorevolezza scientifica, il celebre scienziato equipara il sorteggio dei magistrati a una lotteria per premi di eccellenza, insinuando che si tratta di un’abdicazione al merito in favore dell’alea. Ma questo paragone non regge nemmeno sotto la lente della logica più elementare e smontarlo è un esercizio non solo utile, ma doveroso per chiarire cosa ci sia davvero in gioco. Innanzitutto, i Premi Nobel non sono un organo di autogoverno: sono riconoscimenti individuali per contributi straordinari, selezionati da comitati esperti per premiare l’eccellenza assoluta. Il CSM, al contrario, non assegna medaglie ma garantisce l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, gestendo carriere, trasferimenti e disciplina. Per questa ragione è logico che i suoi membri non debbano essere “i migliori” in senso elitario, ma rappresentanti imparziali di una categoria professionale già altamente qualificata.
D’altronde tutti i magistrati eleggibili hanno superato concorsi rigorosi e accumulato esperienza. Inoltre, una domanda sorge spontanea: se un magistrato è in grado di mandarti in galera, perché non dovrebbe essere in grado di essere sorteggiato per il CSM? Ergo il sorteggio non pesca tra dilettanti allo sbaraglio, ma tra professionisti competenti e nel far ciò elimina il rischio di cooptazioni basate su affiliazioni politiche o correntizie. È un meccanismo anti-lobby, non anti-merito. Anche perché, se proprio proprio guardiamo al merito, dovremmo chiederci come mai il CSM oggi promuova quasi sempre anche i magistrati che hanno commesso le peggiori nefandezze professionali. Evidentemente il sistema non funziona neanche adesso, nonostante al CSM ci sia la presunta “crème de la crème”.
Insomma, Parisi ignora (o fa finta di ignorare) che l’attuale sistema elettivo ha fallito proprio perché ha trasformato il CSM in un’arena di potere, dove le correnti dettano legge. Svariati scandali hanno mostrato chat e accordi sottobanco per nomine: altro che merito, è un mercato del pesce. Il sorteggio rompe questo circolo vizioso, rendendo il CSM più rappresentativo e meno manipolabile. Dire che sarebbe come sorteggiare i Nobel è un errore banale. E se Parisi teme l’influenza politica, dovrebbe notare che, a differenza di oggi, anche per i membri laici ci sarebbe il sorteggio: e così in quell’eventualità il caso neutralizzerebbe favoritismi personali.
Ma nonostante le evidenze i critici continuano ad agitare lo spettro di una magistratura “debole” di fronte ai potenti, invece è l’opposto: senza correnti, i magistrati saranno più liberi di indagare e di prosciogliere senza pressioni interne. La riforma non tocca l’autonomia dei singoli giudici, come confermato da esperti, ma combatte la politicizzazione. Punto.
Alessandro Bonelli, 22 febbraio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


