Michele De Pascale alla Leopolda ha detto una cosa che merita di essere presa sul serio: sulla sicurezza la sinistra deve “svoltare” e mettere in campo una sua proposta, forte e radicale. Ha fatto l’esempio molto concreto di una ragazza che ha paura ad attraversare una stazione: non basta spiegarle quali siano le cause sociali dell’insicurezza; quella ragazza ha bisogno che la stazione sia sicura, che ci siano le forze dell’ordine e che chi la molesta venga perseguito. Esiste davvero una sicurezza di sinistra e una sicurezza di destra?
La sicurezza è una delle condizioni concrete della libertà. E chi governa ha il dovere di garantirla utilizzando tutti gli strumenti necessari. Una ragazza che attraversa la stazione la sera non si domanda se la pattuglia che incontra sia una misura di destra o di sinistra. Un commerciante che subisce furti e aggressioni non ha bisogno di una risposta ideologicamente connotata. Un anziano che ha paura di prendere un autobus vuole poterlo prendere senza paura.
Bologna ha già sperimentato cosa succede quando persino l’ordine pubblico diventa terreno di scontro politico. Lo abbiamo visto il 21 novembre dello scorso anno, in occasione della partita Virtus-Maccabi, quando il centro della città fu teatro di ore di violenza, con bombe carta, cassonetti incendiati, transenne divelte, scontri con le forze dell’ordine e agenti feriti. Prima della partita De Pascale aveva detto una cosa precisa: l’ordine pubblico non dovrebbe essere politicizzato e le decisioni dovrebbero essere prese sulla base della loro efficacia.
Servono prevenzione, educazione, integrazione, servizi sociali capaci di affrontare le fragilità, illuminazione e cura degli spazi pubblici. E servono, allo stesso modo, controllo del territorio, forze dell’ordine, polizia locale, rispetto delle regole, conseguenze per chi delinque e capacità dello Stato di eseguire un provvedimento di espulsione quando la legge lo prevede. Non è più “progressista” occuparsi delle cause sociali e più “conservatore” fermare chi commette un reato. Un’amministrazione seria deve saper fare entrambe le cose.
Ed è proprio qui che le parole di De Pascale sulla necessità di una “svolta” diventano interessanti. Perché già a febbraio aveva riconosciuto che da almeno 15 anni quello che fa la sinistra in materia di sicurezza non è sufficiente. Alla Leopolda ha aggiunto che molti italiani pensano che loro non abbiano nemmeno una proposta su questo tema.
Quindici anni sono tanti. I problemi di sicurezza nelle stazioni, sui mezzi pubblici e in alcune zone delle nostre città non sono comparsi oggi. Da anni cittadini, commercianti e amministratori chiedono risposte. E allora una domanda è inevitabile: perché questa svolta arriva proprio adesso?
È maturata finalmente la consapevolezza che su questi temi la sinistra abbia avuto per troppo tempo un approccio insufficiente? Oppure si sono accorti che la sicurezza è diventata un tema troppo importante, anche elettoralmente, per continuare a lasciarlo agli avversari? Dire che sulla sicurezza bisogna “svoltare”, però, è relativamente semplice. Più difficile è farlo concretamente quando è necessario scegliere gli strumenti da utilizzare. Prendiamo per esempio i CPR. Il 30 settembre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato l’avvio delle procedure per sei nuovi Centri di permanenza per il rimpatrio, uno dei quali in Emilia-Romagna. Qual è la posizione della sinistra su questo strumento?
Perché, anche solo guardando all’Emilia-Romagna, le risposte possono essere molto diverse, spesso contraddittorie. A febbraio De Pascale, alla domanda se fosse disponibile a discutere di un CPR lungo la Via Emilia, rispondeva: “Certo, non vedo perché la Regione non dovrebbe sedersi a discuterne. Io lo farei”. E pochi giorni dopo spiegava che il confronto non poteva essere ridotto all’alternativa tra “CPR sì” e “CPR mai in Emilia-Romagna”. Il sindaco di Bologna Matteo Lepore invece è stato categorico: “Finché sarò sindaco l’ok non ci sarà”. Successivamente è arrivato addirittura a definire i CPR “un elemento di insicurezza”. Sono due impostazioni molto distanti tra loro, nella stessa sinistra, che prima di ogni proclama dovrebbe chiarirsi al suo interno: da una parte la disponibilità a discutere anche dello strumento CPR, dall’altra una contrarietà molto più radicale.
Per capire di cosa stiamo parlando, però, è bene ricordare che cosa sono i CPR, evitando che anche questo tema venga ridotto a un confronto ideologico. Un CPR non è un carcere e il trattenimento non deriva necessariamente dalla commissione di un reato. È una misura amministrativa, sottoposta alla convalida dell’autorità giudiziaria, che serve quando nei confronti di una persona deve essere eseguito un provvedimento di espulsione o di rimpatrio, ma non è possibile accompagnarla immediatamente alla frontiera.
Può essere necessario accertarne l’identità, ottenere i documenti di viaggio dal Paese di origine o organizzare materialmente il trasferimento. La funzione è quindi precisa: consentire allo Stato di rendere effettivo un provvedimento che altrimenti rischierebbe di rimanere soltanto sulla carta. Se lo Stato stabilisce che una persona non ha titolo per restare sul proprio territorio, deve essere anche nelle condizioni di dare esecuzione a quella decisione. Per questo considero i CPR uno strumento necessario. Non l’unico, certamente non sufficiente da solo, ma necessario. Dire questo non significa però accettare qualsiasi condizione all’interno di queste strutture.
Una persona, anche quando deve essere rimpatriata, rimane una persona e deve essere trattata come tale. Servono strutture dignitose, assistenza adeguata, controlli seri e tempi di permanenza il più possibile contenuti. Un CPR non può diventare un luogo nel quale una persona rimane per mesi senza sapere quale sarà il proprio destino e senza che lo Stato riesca poi ad arrivare al rimpatrio.
I tempi, purtroppo, non dipendono soltanto dall’organizzazione italiana, ma anche dalla possibilità di identificare la persona e dalla collaborazione del Paese di origine nel fornire i documenti necessari. Per questo, accanto ai CPR, servono accordi efficaci con i Paesi di origine, procedure di identificazione più rapide e una macchina amministrativa capace di arrivare davvero all’esecuzione del rimpatrio. Trattenere una persona per mesi e poi ritrovarla nuovamente sulla strada perché non si è riusciti a rimpatriarla non è un risultato. È un fallimento sia dal punto di vista della sicurezza sia dal punto di vista umano.
È su questo che dovremmo confrontarci: non “CPR sì” o “CPR no” come due slogan contrapposti, ma sul modo migliore per far funzionare davvero e nel rispetto della dignità delle persone uno strumento previsto dalla legge. Ed è proprio su questo terreno che le diverse posizioni nella sinistra diventano difficili da eludere. Ma la questione dei CPR è soltanto una parte di un problema più ampio: quale politica dell’immigrazione vogliamo avere? Una politica seria deve essere capace di tenere insieme due responsabilità: accogliere e integrare chi ha diritto a vivere nel nostro Paese e vuole costruire qui il proprio futuro; rendere effettivo il rimpatrio di chi, secondo la legge, non può rimanere.
E permettetemi un’osservazione anche sulla parola “accoglienza”. Accogliere non significa semplicemente consentire a una persona di entrare e poi lasciarla sola. Se chi arriva finisce senza un percorso di lingua, formazione, lavoro, casa e integrazione, fino a ritrovarsi ai margini delle nostre città o a dormire sotto i portici, non possiamo chiamarlo un modello riuscito di accoglienza. Su questo anche chi per anni ha fatto dell’accoglienza una propria bandiera dovrebbe interrogarsi seriamente.
L’accoglienza vera è molto più esigente: significa accompagnare una persona verso l’autonomia e l’integrazione. E, allo stesso modo, una politica seria dei rimpatri significa essere capaci di eseguire davvero le decisioni assunte dallo Stato. Se davvero la sinistra vuole “svoltare” sulla sicurezza, è su scelte come queste che si vedrà se si tratta di un cambiamento reale o soltanto di un cambiamento di linguaggio.
Elena Ugolini, 8 ottobre 2026
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