Quando io cominciai questo sciagurato mestiere, chissà quanti anni fa, Zerocalcare era un moccioso che ancora non si faceva le cannette, chi lo sa, magari le scioglieva nel biberon. Ma la situazione c’era già tutta, identica, c’erano i suoi padri putativi che erano lo stesso schifo di oggi nel festeggiare ogni anno la morte a sprangate del povero Sergio Ramelli, un diciottenne che ebbe il cranio scoperchiato da un commando di “studenti” di Medicina regolarmente impuniti e se mai gratificati di carriere, uno finì a fare il Cerbero sotto pandemia.
C’erano anche allora divise massacrate, e questi ultrà del terrorismo a prato non tanto basso facevano gli stessi discorsi tra vittimismo ed esultanza. Non c’erano i social, ce n’era uno solo, primordiale, Indymedia che era una camera di compensazione dei centri sociali e del neo brigatismo dove mi misero con foto nel mirino siccome io osavo difendere i poliziotti; ignoti per modo di dire, si rifacevano ad una fantomatica “colonna Walter Alasia”, il giovane spietato brigatista caduto nell’esercizio delle sue sporche funzioni.
Una roba patetica in quel modo squallido che è sempre il fanatismo demente, sia di destra o di sinistra, abitata da un curioso collettivo di scrittori maoisti molto coccolati ma al di là di ogni pochezza, tali Wu Ming, oggi completamente dimenticati, che all’epoca facevano i guerriglieri contro il Berlusconi alla cui corte editoriale riparavano (“gli facciamo la guerra dall’interno”, ah beh, sì beh); e questi avevano organizzato una oscena raccolta di firme in sostegno del compagno perseguitato Cesare Battisti, niente meno (primo firmatario: Roberto Saviano, che poi si tirò fuori “perché adesso che sono famoso i miei libri li leggono tutti”).
Ricordate il Cesare Battisti, uno che i poliziotti li ammazzava a colazione, per cominciare bene la giornata; e che quando confessò tutto, le stesse groupie fecero finta di niente, anzi per qualcuna non cambiava nulla, perseguitato era e perseguitato restava (vero, Sansonetti?).
Gente capace di una viltà infinita, e parlo per esperienza, su Indymedia avrebbero volentieri martellato o sparato pure me, senonché in quel giro, in quella lurida rubrica firmaiola stavano anche certi apprendisti giornalisti di una rivista musicale dove io ero prima firma, il Mucchio Selvaggio, e che usavano il relativo forum per diffamare a raffica (esultarono pure per la morte di mio padre).
Un parterre mortificante nella incubatrice di una testata di ultrasinistra finita a un certo punto con la sparizione della cassa, per cui si incolparono vicendevolmente gli allora reggenti, provvidenzialmente spariti anche quelli.
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Lì dentro si producevano alcuni che, allora come ora, parlano molto di sé e poco del resto, ciò che li rende più divertenti che influenti, più d’uno dei quali finito fatalmente alla corte di Travaglio, sul cui giornale non leggi una sola parola non dico di vicinanza, ma almeno di rispetto per il povero cristo poliziotto massacrato a martellate a Torino dai compagni Askatasuna; se mai sul Fatto fanno parlare le solite cariatidi antifà che si rammaricano perché “è un assist alla destra repressiva” e giocano sui doppisensi, le uniche martellate che contano sarebbero solo quelle per il fronte del NO al referendum, immagina il buon gusto, la decenza e anche la paranoia: non puoi.
Qui si sta parlando di una divisa di 29 anni che si è presa mazzate nel cranio e non ha pensato di reagire, come avrebbe potuto, freddando chi lo stava ammazzando. Invece non ha fatto niente, non ha alzato neanche una mano se non per tentare di difendersi. Un mite, uno lui sì martire, lui sì vittima: ma non abbastanza per troppi stronzi che schiumano all’idea sia ancora vivo.
Quando crescevo io succedevano le stesse cose ma la polizia era a volte diversa, c’erano sì i fantaccini fin troppo romanticamente dipinti da Pasolini, i figli dei poveri, ma c’erano pure i figli di puttana violenti, sadici, ottusi.
A distanza di decenni certa consapevolezza si è fatta strada anche nelle forze dell’ordine, oggi chiamate a fare da argine coi propri corpi, e i poliziotti attuali sono diversi dai loro padri o nonni. Sono gente che io incontro, perché mi viene spontaneo, perché da cronista ci ho lavorato a lungo, e se mi fermano per un controllo ci mettiamo a parlare e diventano timidi, se gli dico “grazie per il lavoro ingrato che fate” balbettano, si mettono a ringraziarmi loro, non ci sono abituati: “Eh, sa, qui diventa sempre più difficile…”. E diventano un po’ i figli che potrebbero essermi.
Una mattina presto passo per un inferno sul mare che al confronto Scampia è una località turistica, uno di quei posticini coperti di scritte, “giustizia per Osama Bin Laden”, tanto per capirci, e una pattuglia (ovviamente) mi ferma: lei dove se ne va a quest’ora di mattina per un posto come questo? Vado in ospedale, ho una chemio che mi aspetta e per di qua faccio prima, non c’è nessuno, se no rimango imbottigliato. E quelli si bloccavano imbarazzati e si preoccupavano per la mia salute.
Ecco, io non capisco come cazzo si possa esultare, ma davvero esultare, se uno di questi qui viene macellato, per puro sfoggio o su mandato di qualche infame, da una banda organizzata di neoterroristi viziati, io non capisco come si possa arrivare a scrivere autentiche cagate disumane come “non è un eroe, è uno sbirro e vota Meloni”. Siete farabutti o siete scemi?
Entrambi, in armonia di scoscienza. Lo Zerocalcare ha fatto il poster per la macelleria di Torino e lo ha fatto come uno che sapeva come sarebbe andata, che si gasava in anticipo, se lo guardate, quel cartone animato, è pieno di ceffi dalle peggiori intenzioni.
Ilaria Salis si è rammaricata di non esserci, ah, la forza dell’esperienza, e dopo non ha trovato una parola per precisare, per dissociarsi da se stessa: e il silenzio dice tutto, senza margini di equivoco, senza alibi.
E fa schifo, fa tutto schifo. Io ho sentito una volta Renato Zero, dal padre poliziotto, dire a un concerto in cui ospitò la banda della Polizia: non generalizzate sempre, anche qui ci sono le mele marce ma di più c’è gente che si consuma per noi.
Ma la fogna che gira oggi come allora non si placa, vuole consumarli fino alla fine gli sbirri, la sua ambiguità, come scrive Gigi Mascheroni, i suoi “violenza no ma però”, restano immutabili. Vermi oggi come negli anni del piombo e della viltà. È sempre il delirio di quel brigatista processato, “signor presidente, io sparo alla divisa, se dentro c’è un uomo io che colpa ne ho?”.
E se uno però vi risponde che a questa stregua va bene sparare o martellare una divisa da antagonista, e se dentro non c’è un uomo ma un suo scarto è buono così, va bene così, allora cominciate a strepitare, ad andare a piangere dai vostri padrini politici, a farvi prendere per mano dalle vostre mamme antifà che non sono meglio di voi, che vi hanno allattato col sangue velenoso.
Max Del Papa, 3 febbraio 2026
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