La carica dei vipponi: i due danni (gravissimi) al referendum

Cantanti, attori, conduttori e influencer si schierano, rilasciano dichiarazioni, postano slogan: ma quanti di loro hanno davvero letto e compreso i quesiti e il contenuto della riforma?

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referendum e vip

Per l’importanza epocale dell’evento, il referendum sulla giustizia in programma il 22 e 23 marzo dovrebbe rappresentare un momento solenne di partecipazione democratica: un’occasione per riflettere sui principi fondamentali su cui si erge il nostro sistema giudiziario. E invece, come troppo spesso accade, anche questo appuntamento è rapidamente degenerato in una pantomima mediatica, in cui i contenuti vengono soffocati dal frastuono dei volti noti.

Cantanti, attori, conduttori e influencer si schierano, rilasciano dichiarazioni, postano slogan: ma quanti di loro hanno davvero letto e compreso i quesiti e il contenuto della riforma? Quanti si sono confrontati seriamente con le implicazioni giuridiche di ciascun punto? La risposta, purtroppo, appare evidente: pochi, forse nessuno.

Questa sovraesposizione di “testimonial” produce, di fatto, due danni gravissimi. Il primo è la banalizzazione del tema: un referendum su una materia che incide direttamente sui rapporti tra cittadini e magistratura, e perfino sulla libertà dell’individuo, mestamente ridotto a una curva da stadio. Non si discutono le ragioni, si esibiscono simpatie; non si spiegano i possibili effetti, si lanciano hashtag.

Il secondo è l’aumento della confusione. Il cittadino medio, già poco avvezzo alle sottigliezze giuridiche, si ritrova bombardato da messaggi contraddittori, slogan privi di riferimenti, prese di posizione fondate più sull’identità del personaggio che sulla sostanza del quesito. Il risultato? A oggi, moltissimi non sanno neppure con precisione per cosa saranno chiamati a votare.

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Così la politica diventa spettacolo. Quando un tema complesso come la riforma della giustizia entra nell’arena mediatica sotto forma di tifoseria, la democrazia inevitabilmente si impoverisce. Non si cerca chiarezza; si rincorre un consenso rapido, emotivo, superficiale.

È comprensibile, e pienamente legittimo, che figure pubbliche sentano il desiderio di esprimere la propria opinione. Meno comprensibile è che anche la politica — proprio quella che dovrebbe pretendere rigore, approfondimento e analisi — scelga sistematicamente di affidarsi ad attoruncoli, influencer e personaggi televisivi per orientare il voto. Quando parlamentari ed esponenti di partito preferiscono il megafono di un volto noto alla forza delle argomentazioni, il dibattito pubblico abdica alla propria funzione. Non si educa alla scelta consapevole: si delega la persuasione al richiamo della notorietà.

Il cuore di una tornata referendaria tanto importante non dovrebbe essere il protagonismo di questo o quel personaggio, ma la comprensione delle conseguenze concrete per l’assetto della giustizia e per la vita civile del Paese. È una materia troppo seria per essere ridotta a un talk show permanente, dove prevalgono battute facili, slogan e frasi a effetto.

La democrazia, per chi non lo avesse ancora compreso, non è un reality con un palco da occupare e un pubblico inconsapevole da intrattenere: è un esercizio di responsabilità. Ma quando la responsabilità cede il passo al clamore, a perdere non è soltanto la qualità del dibattito, ma la sostanza stessa della scelta popolare.

Salvatore Di Bartolo, 4 marzo 2026

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