Politico Quotidiano

La destra a Milano candida due sindaci di sinistra. Che senso ha?

Prima Cottarelli, poi Di Pietro: quella del centrodestra sotto la madonnina sembra una bandiera bianca sventolata in anticipo

Antonio Di Pietro e Carlo Cottarelli su Milano Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Milano, Anno Domini 2027. All’orizzonte si profilano le elezioni comunali e il centrodestra, evidentemente ancora tramortito dal ko incassato nel 2021 contro Beppe Sala, sta elaborando la sua raffinatissima strategia per riconquistare la città locomotiva d’Italia. Una strategia che, a ben guardare, somiglia terribilmente a una bandiera bianca sventolata prima ancora di entrare in trincea.

All’ombra della Madonnina, la coalizione che governa il Paese sembra aver smarrito la bussola, colpita da un complesso d’inferiorità ormai cronico nei confronti del “modello Milano” progressista. La diagnosi è semplice: totale assenza di una classe dirigente politica locale realmente spendibile. La cura, invece, appare ancora più singolare: copiare il peggior vizio della sinistra, l’ossessione per il tecnico salvifico o, peggio ancora, per la toga.

Ma qui non siamo semplicemente di fronte a una crisi d’identità. Siamo davanti a un cortocircuito logico e storico elevato a strategia politica.

Da settimane continua a circolare il nome di Carlo Cottarelli, economista, già commissario alla spending review dei governi Letta e Renzi ed ex senatore del Partito Democratico, come possibile candidato del centrodestra. Un profilo che sprizza ortodossia tecno-progressista da tutti i pori. In buona sostanza, per battere la sinistra, il centrodestra avrebbe pensato di candidare… la sinistra.

Se questo sembrava già un paradosso, il retroscena assurto agli onori della cronaca nelle ultime ore supera ogni immaginazione. Tra i nomi che circolano per guidare la coalizione ci sarebbe infatti anche quello di Antonio Di Pietro.

Sì, proprio quell’Antonio Di Pietro.

Siamo ormai al teatro dell’assurdo. Il centrodestra milanese, orfano di idee e di coraggio, starebbe valutando di affidare le chiavi della città all’uomo che, piaccia o no, ha incarnato la fine della Prima Repubblica. L’ex pubblico ministero di Mani Pulite, le cui inchieste contribuirono a spianare la strada — per reazione politica e culturale — alla discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994.

È difficile non cogliere la portata simbolica di questa ipotesi. Di Pietro è stato il magistrato simbolo di Mani Pulite, ma anche il fondatore dell’Italia dei Valori e uno dei volti più riconoscibili dell’antiberlusconismo militante. E poi, per chi lo avesse rimosso, è stato anche ministro nei governi di centrosinistra guidati da Romano Prodi.

Per questo vedere oggi i rappresentanti della coalizione fondata da Berlusconi alla corte di Tonino da Montenero di Bisaccia non appare come una prova di pragmatismo politico, bensì come una forma di masochismo storico. Significherebbe rinnegare trent’anni di battaglie garantiste, di polemiche contro il protagonismo delle toghe e di rivendicazione di un’identità liberale.

Se dunque l’unico modo che il centrodestra ritiene di avere per espugnare Milano è affidarsi a tecnici e toghe, allora anche un’eventuale vittoria non rappresenterebbe un trionfo. Sarebbe, piuttosto, la certificazione di un profondo fallimento politico e culturale.

Salvatore Di Bartolo, 3 luglio 2026

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