La libertà secondo Beatrice Venezi

La stupenda lectio magistralis del direttore d'orchestra su Carmen: "Non è solo un’opera teatrale, ma una presa di posizione culturale"

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Beatrice Venezi

Ho scelto di parlare di “Carmen” intanto perché l’ho appena diretta. Ci sono opere che, quando le attraversi, non ti lasciano andare via indenne. Carmen è una di queste. È uno di quei titoli che tutti credono di conoscere, proprio perché è diventato un classico assoluto. Ma è anche uno di quei classici che rischiamo di non leggere più, perché la familiarità anestetizza il pensiero. Eppure Carmen continua a porre domande radicali. Non solo sul personaggio di Carmen in sé, ma su un tema che attraversa tutta la storia dell’opera: la libertà. La libertà individuale, la libertà collettiva, la libertà politica, la libertà del corpo, la libertà del pensiero. E la libertà come esperienza culturale e musicale. “Carmen” non è soltanto una delle opere più celebri del repertorio: è uno dei dispositivi più radicali che il teatro musicale dell’Ottocento abbia prodotto sul tema della libertà. Ridurla – come spesso si fa – alla figura di una donna sensuale e indipendente significa mancare il bersaglio. Il vero scandalo di “Carmen” opera non è Carmen personaggio, ma il mondo che l’opera mette in scena: un mondo in cui l’autorità è costantemente derisa, la legge è inefficace, l’ordine sociale è fragile, e la libertà non è un ideale astratto, bensì una pratica quotidiana, corporea, contagiosa.

“Carmen” nasce in Francia nel 1875, in un momento delicatissimo. La Francia era ferita: la guerra franco-prussiana, la caduta del Secondo Impero, la Comune di Parigi avevano lasciato una società fragile, bisognosa di ordine, stabilità e morale. Il teatro, e in particolare l’Opéra-Comique, era ancora un luogo borghese, educativo, rassicurante. Ci si aspettava un’opera con una morale chiara, personaggi esemplari e un finale edificante. Bizet fa esattamente il contrario: non offre consolazione, non offre redenzione, non offre un centro morale stabile. Mostra una società che osserva, ride, commenta, ma non giudica. E questo, più della sensualità o del realismo, risultò intollerabile.

In Carmen ogni forma di potere viene sistematicamente svuotata. I soldati sono distratti e facilmente manipolabili; l’ufficiale Zuniga è ridicolizzato; il doganiere è ingannato senza sforzo; la legge non produce ordine, mentre l’illegalità dei contrabbandieri appare organizzata, solidale, funzionale. Non c’è alcuna glorificazione eroica della ribellione: il potere non viene abbattuto tragicamente, viene reso inefficace attraverso l’ironia. È una presa in giro strutturale dell’autorità, non un atto di violenza, e proprio per questo profondamente sovversiva.

Il coro gioca un ruolo decisivo in questo meccanismo. Non è mai una coscienza morale di retaggio classico: è una società che guarda, che partecipa, che normalizza l’eccesso. Ride del lavoro, imita l’esercito come una caricatura, accompagna l’illegalità, trasforma la tragedia finale in spettacolo pubblico. In Carmen non esiste una comunità che condanni: esiste un collettivo che assiste.

E poi sì, c’è lei, c’è Carmen: Carmen non è un’eroina romantica, né una femme fatale nel senso tradizionale. È una figura radicalmente coerente, Non chiede di essere accettata, non si giustifica, non negozia. Ama perché ama, lascia perché deve lasciare. In questo senso, è un personaggio profondamente anti-borghese: non conosce il compromesso, non conosce la morale come costruzione sociale.La sua libertà non è ideologica, ma ontologica: Carmen è libera, non rivendica la libertà. Non cerca emancipazione, non chiede diritti, non combatte contro un sistema: semplicemente vive fuori dalle sue regole. Ed è questo che la rende intollerabile. In questo senso, Carmen è una figura profondamente moderna: non tragica perché colpevole, ma tragica perché inassimilabile: è il mondo intorno a lei a non reggere la sua libertà. Il suo rifiuto finale di Don José non è un gesto eroico, ma un atto di verità: non mente per salvarsi. Non promette ciò che non sente. Preferisce morire piuttosto che tradire se stessa. La tragedia nasce non dall’eccesso di libertà, ma dall’impossibilità del mondo di accettarla. Carmen è libera non perché rivendica un diritto, ma perché vive secondo una necessità interiore. La sua appartenenza al mondo zingaro — che nell’Ottocento francese aveva una valenza simbolica fortissima — non è un dettaglio folklorico. Gli zingari incarnavano l’idea di una libertà nomade, non regolata, non sorvegliata: una libertà che la società sedentaria, disciplinata, produttiva guardava con sospetto ma anche con una segreta invidia. Carmen è scandalosa perché rappresenta una vita non normalizzabile.

E poi ci sono gli altri personaggi: tutti esistono in funzione alla reale protagonista di quest’opera: la libertà. Oltre a Carmen che la incarna, troviamo Don José che la teme, Micaëla che la sublima, Escamillo che la spettacolarizza, e il coro la normalizza. Ma nessuno, tranne Carmen, è disposto a pagarne il prezzo fino in fondo.

Questa visione fu colta con straordinaria lucidità da Friedrich Nietzsche. Nei suoi scritti polemici contro Wagner, Nietzsche cita esplicitamente Carmen, parlando di un “brivido luminoso del Sud”, di una musica che guarda il Mediterraneo: chiara, asciutta, sensuale, antimetafisica. Carmen diventa per lui l’anti-Wagner per eccellenza: una musica senza redenzione, senza trascendenza, senza promessa di salvezza. Non una musica che sublima il desiderio, ma una musica che lo espone, lo accetta, lo lascia essere. In questo senso, Carmen non è solo un’opera teatrale, ma una presa di posizione culturale: una civiltà che sceglie la luce, il corpo, il presente, invece della nebbia del mito e della redenzione. Ed è qui che Carmen diventa profondamente moderna: perché ci dice che la libertà non è un valore morale, ma una condizione esistenziale

Il cuore pulsante di questa visione non è il finale tragico, ma il finale del Secondo Atto.
“Le ciel ouvert, la vie errante,
Pour pays tout l’univers Pour loi ta volonté,
Et surtout la chose enivrante:
La liberté! La liberté!” Così canta il coro.

Ed è questo che spaventa davvero. È qui che l’opera dichiara apertamente la propria natura politica. In questo momento non si inneggia a una libertà alta, patriottica, ideologica – quella che l’Ottocento era disposto ad accettare – ma a una libertà personale, fisica, dionisiaca. La musica incalza, si accumula, perde progressivamente il controllo: il ritmo trascina prima dei concetti, i corpi prima delle idee. Il grido collettivo alla libertà non è metaforico: è un atto. Qui la libertà non viene raccontata: viene praticata. È l’istante in cui la libertà diventa esperienza condivisa, e quindi potenzialmente anarchica. È questo momento, più di ogni altro, che fece paura al pubblico dell’epoca: non Carmen come individuo, ma la libertà come fenomeno contagioso.

Dal punto di vista musicale, Bizet costruisce tutto questo con una lucidità impressionante. Non a caso, Čajkovskij definì Carmen un’opera “perfetta”, mentre Brahms affermò che non si poteva tagliare nemmeno una battuta senza comprometterne l’equilibrio. È una scrittura di estrema precisione formale, in cui nulla è ridondante, nulla è decorativo. Le danze, i ritmi, le melodie seduttive non sono colore locale: sono strumenti drammaturgici. La musica non giudica, non moralizza, non consola. Osserva. Espone. Lascia emergere la contraddizione. Bizet scrive una musica che non accompagna la morale, ma la mette in crisi. Carmen non è un’idea astratta. È un fenomeno sonoro. Già dall’Habanera è chiaro che siamo fuori dai codici tradizionali. La forma è circolare, ossessiva. Non c’è sviluppo teleologico. La musica gira, seduce, ipnotizza. Il ritmo prende il potere. Il corpo precede il discorso. La danza precede il concetto. La Seguedilla non convince Don José con argomenti, ma con il movimento. Il gesto musicale è già atto drammatico. Qui la musica stessa diventa libertà: ogni nota, ogni frase orchestrale, ogni colore timbrico è una dichiarazione di autonomia. I colori orchestrali sono secchi, precisi, decisi; la percussione guida l’azione, i fiati disegnano linee taglienti, l’orchestra costruisce una chiarezza quasi anti-romantica che mette in rilievo il contrasto tra personaggi e contesto. L’esotismo in Carmen non è decorazione. È una strategia estetica. Le scale modali, i ritmi di danza, le inflessioni “altre” creano una musica che non appartiene pienamente alla tradizione accademica francese. È una musica che sta ai margini, proprio come i personaggi che rappresenta.

Dirigendo Carmen al Teatro Verdi di Pisa, capite che mi sono trovata a riflettere su tutto questo e su come quest’opera racconti in realtà una società messa in crisi dalla libertà, e di quanto possa dunque essere attuale.
E guardate che Carmen non è certo l’unica opera sovversiva o che inneggia alla libertà del grande repertorio lirico. Esistono ad esempio delle opere in cui la dimensione politica è esplicita: in Nabucco, ad esempio, troviamo il tema della libertà di un popolo oppresso come destino collettivo, storico, nazionale; in Andrea Chénier, l’ideale rivoluzionario diventa materia drammatica; in Fidelio, la libertà coincide con la giustizia e la redenzione morale; nella Lady Macbeth di Shostakovich, troviamo una donna che sfida il sistema e l’opera è talmente politica da essere censurata. Poi ci sono opere non dichiaratamente politiche ma con risvolti politici: Don Giovanni ne è un esempio perfetto. Si apre con Leporello che propone sostanzialmente uno scambio dei ruoli tra padrone e servo, con un ordine sociale immediatamente incrinato:

“Notte e giorno faticar per chi nulla sa gradir; piova e vento sopportar,
mangiar male e mal dormir… Voglio far il gentiluomo,
e non voglio più servir.”

Siamo nel 1787: Leporello non è solo un personaggio comico, è la crepa attraverso cui l’ordine viene osservato, commentato, deriso. Perché , vedete, l’opera, quando è grande, non ci dice che cosa sia giusto. Semplicemente rende impossibile l’indifferenza. Non educa, non moralizza, non pacifica. Espone. Scava. Costringe.
Dunque l’opera non libera dalla politica. Al contrario, ci libera dall’illusione che la politica sia solo ideologia, programma, slogan. L’opera ci restituisce la politica nella sua forma più vera e più antica: la polis. La politica come spazio comune, come convivenza, come conflitto tra desideri incompatibili.

La polis non è il luogo dell’armonia, ma della scelta. La politica, prima di essere ideologia o slogan, è convivenza. È la scelta di ciò che una comunità tollera, di ciò che rifiuta, di ciò che dichiara irrinunciabile. E il bene comune non è mai innocente: ogni ordine, per esistere, deve decidere che cosa sacrificare e che cosa valorizzare.
In questo senso l’opera è sempre politica. Non perché trasmette un messaggio, ma perché riattiva la capacità critica.

E oggi questo è forse il gesto più radicale che l’arte possa compiere.

Carmen, ad esempio, non ci chiede di giudicare. Ci chiede di guardarci allo specchio. E in quello specchio vediamo i limiti della nostra tolleranza, della nostra libertà accettabile, del nostro spirito critico.

Viviamo in una società che si autodefinisce libera, ma che spesso propone libertà travestite da cliché: pensieri ammessi, dissensi autorizzati, trasgressioni previste. Una comunità è davvero pronta a convivere con la libertà? Quanto una società è disposta a tollerarla, quando la libertà diventa reale? La libertà ci affascina, ma siamo davvero pronti a pagarne il prezzo? Vogliamo la libertà, o solo l’idea rassicurante della libertà? E da che parte stiamo, quando ci viene chiesto di rinunciare a qualcosa in nome di essa?

Carmen mette in crisi proprio questo. Non perché propone un’alternativa, ma perché rifiuta di farsi addomesticare. E per questo il teatro è necessario. Non come luogo di conferma, ma come spazio di frizione. Non come strumento di indottrinamento, ma come luogo di dubbio.

Quando il teatro diventa rassicurante, quando smette di disturbare, smette anche di essere libero. Perché è uno dei pochi luoghi in cui una comunità può ancora guardarsi senza filtri, senza slogan, senza risposte preconfezionate, lasciando spazio al pensiero critico.

Come scriveva Voltaire, il teatro è “la più bella educazione che si possa dare alla gioventù, il più nobile abbandono del lavoro, la migliore istruzione per tutte le classi di cittadini: è quasi l’unica maniera di riunire gli uomini per renderli socievoli” (Lettera al marchese Francesco Albergati Capacelli, 23 dicembre 1730). Proprio questa sua natura sociale lo ha reso nella storia e continua a renderlo nella contemporaneità un laboratorio unico di coscienza civica e anche politica: lo spettatore, infatti, si fa un’idea mentre è seduto accanto a decine/centinaia di altri spettatori e non al chiuso di una stanza, leggendo un giornale o “scrollando” un reel. Sarebbe potuto diventare lo strumento di controllo per antonomasia delle masse, rinchiuse in un luogo chiuso e dunque più facilmente guardate a vista.

La storia, invece, ha voluto che a questa conformazione fisica facesse da contraltare metaforico un’assoluta circolazione di idee. Ciò è stato particolarmente vero in Italia, una Nazione che ha potuto vantare la tradizione di parterre attivo più longeva d’Europa. Pensiamo alle manifestazioni spontanee nelle rappresentazioni d’epoca risorgimentale, con le pretese del pubblico di vedere personaggi avvolti nel tricolore e le continue interruzioni inneggianti all’Italia. Nelle sue memorie Giovanni Pacini ricorda così una rappresentazione della sua “Allan Cameron” alla Fenice fatta pochi giorni dopo la cacciata degli austriaci da Venezia nel 1848: “L’opera quella sera fu applaudita eccessivamente, ma nessuno al certo ne capì un’acca”. Il teatro è stata la culla del patriottismo italiano, consentendo di sdoganare il sentimento nazionale al di fuori dei circoli intellettuali e carbonari a cui era fino ad allora confinato. Oggi che, finalmente, il tricolore non divide più ma unisce, possiamo mostrare la nostra riconoscenza di italiani al teatro preservandone questa sua vocazione civica. Una vocazione alimentata da evasioni, emozioni ed inquietudini che rappresentano l’antidoto più piacevole ed anche più efficace al circolo vizioso del pensiero unico.

Beatrice Venezi, 14 febbraio 2026

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