Dice Giorgia Meloni alle Camere parlando della guerra in Iran: “Il governo italiano è chiamato suo malgrado ad affrontare uno dei tornanti più difficili della storia, spererebbe e preferirebbe non farlo da solo”.
Ma l’appello all’unità del parlamento in politica estera cade nel vuoto, le opposizioni si sfilano in ordine sparso sperando di mettere in difficoltà la maggioranza. Ma facciamo un passo indietro.
Nel marzo del 2007 il governo Prodi visse una profonda crisi interna a causa del voto sulle missioni internazionali, in primis quella in Afghanistan, osteggiate dalla sinistra radicale pacifista che di quel governo faceva parte. In altre parole, su quel voto il governo sarebbe caduto se Berlusconi – in nome della coerenza con una politica estera nazionale atlantista – non gli fosse andato in soccorso garantendogli l’appoggio del Centrodestra.
Passano gli anni: primavera 2022, il governo guidato da Mario Draghi va in fibrillazione sul voto per autorizzare di fornire armi all’Ucraina. Parte dei Cinque Stelle, frange della sinistra e della Lega minacciano di non votare. Draghi si salva grazie al fatto che Giorgia Meloni gli garantisce i voti di Fratelli d’Italia, unico partito di opposizione.
Per dire: quando ci sono in ballo gli interessi, l’autorevolezza e l’affabilità dell’Italia nel contesto internazionale i partiti liberali e conservatori non stanno lì a fare calcoli elettorali, prima il Paese poi il resto.
La sinistra invece ragiona all’opposto: prima il partito poi il Paese. Formula che a volte coincide con “prima i nemici dell’Italia e dell’Occidente” (un tempo l’Unione Sovietica, di recente con il governo Conte la Cina ed ora l’Iran) poi quelli dell’Italia e degli italiani.
Amen, avanti da soli. Meglio che male accompagnati.
Alessandro Sallusti, 12 marzo 2026
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