Ci sono politici che cambiano idea ogni tanto. E poi c’è Giuseppe Conte, che sul tema delle basi militari americane in Italia sembra aver fatto un salto di qualità. Perché cambiare posizione è umano, ma smentire se stessi nel giro di pochi anni sullo stesso identico dossier e con gli stessi protagonisti internazionali è qualcosa che merita di essere raccontato.
L’ultimo capitolo arriva da un’intervista a Sky Tg24, dove l’ex premier oggi leader del Movimento 5 Stelle ha spiegato che le basi italiane non dovrebbero essere concesse agli Stati Uniti “nemmeno dal punto di vista logistico”, perché il presidente americano Donald Trump avrebbe violato il diritto internazionale. Conte, insomma, mette in guardia il governo di Giorgia Meloni dal dare qualsiasi tipo di supporto alle operazioni militari americane. E lo fa con toni molto netti: parla di arroganza militare, di “bullismo commerciale” e “arroganza militare”, di una politica che rischierebbe addirittura di “distruggere tutti”. Fin qui la cronaca. Poi però arriva la memoria, che spesso nella politica italiana è la prima vittima del dibattito pubblico.
Perché lo stesso Conte che oggi ammonisce il governo a non concedere nemmeno supporto logistico agli americani è lo stesso Conte che quando sedeva a Palazzo Chigi quelle basi le ha lasciate usare eccome. E non stiamo parlando di un’epoca remota. Parliamo del 2018, quando Stati Uniti, Francia e Regno Unito decisero di colpire la Siria di Bashar al-Assad dopo l’ennesimo episodio legato all’uso di armi chimiche. Alla Casa Bianca c’era sempre Trump. E a Roma, prima con Paolo Gentiloni e poi proprio con Conte, l’Italia diede il suo via libera al supporto logistico.
In quella notte di aprile gli alleati occidentali lanciarono un attacco missilistico contro obiettivi del regime siriano. E tra gli assetti utilizzati c’erano anche strutture militari presenti sul territorio italiano. Come ricordato dal Corriere, gli F-16 di stanza nella base di Aviano Air Base furono coinvolti nelle operazioni e venne impiegata anche la stazione aeronavale di Naval Air Station Sigonella. L’operazione non era autorizzata dalle Nazioni Unite e non rientrava formalmente in una missione della Nato. Eppure il governo italiano scelse comunque di sostenere gli alleati.
Non solo. Quando a Palazzo Chigi arrivò Conte alla guida del governo gialloverde quella linea non cambiò. Il transito degli aerei americani da Sigonella continuò, così come l’utilizzo logistico della base di Aviano. Secondo fonti militari, gli Stati Uniti operarono anche con missioni dirette verso la Libia, giustificate dal principio della cosiddetta “extended self-defence”, cioè la difesa preventiva da possibili minacce. Insomma, quando Conte era al governo le basi americane andavano bene. Quando al governo c’è Meloni, improvvisamente diventano inaccettabili. La stessa identica questione, lo stesso alleato, lo stesso presidente americano. Cambia solo una cosa: chi siede a Palazzo Chigi.
E così si arriva alla scena di questi giorni in Parlamento. Conte e la segretaria del Partito democratico Elly Schlein attaccano il governo con parole quasi identiche. Entrambi evocano l’articolo 11 della Costituzione, entrambi parlano di diritto internazionale violato, entrambi chiedono che l’Italia non offra alcun supporto agli Stati Uniti. Nemmeno logistico. Peccato che quel “nemmeno logistico” sia esattamente ciò che l’Italia ha fatto quando al governo c’era lui.
Il punto, naturalmente, non è stabilire se fosse giusto o sbagliato allora sostenere gli alleati. Il punto è un altro: la coerenza. Perché se nel 2018 il supporto logistico era accettabile — perfino comprensibile nel quadro delle relazioni internazionali — è difficile sostenere che oggi sia improvvisamente diventato un tradimento della Costituzione.
Ma la verità è che nella politica italiana, soprattutto in certa sinistra, la memoria funziona spesso a corrente alternata. Si dimentica quello che si è fatto ieri per poter accusare chi governa oggi. E in questo sport nazionale Conte si sta dimostrando un fuoriclasse. Perché cambiare idea può capitare. Ma arrivare a sconfessare se stessi con tanta disinvoltura è davvero un passo in più. Anche per uno che, negli anni, ha fatto della flessibilità politica una vera e propria cifra stilistica.
Franco Lodige, 14 marzo 2026
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