Politico Quotidiano

La “rete” di Gratteri e il silenzio della sinistra sulla “libera stampa”

Il procuratore di Napoli minaccia i giornali dopo la polemica sulla fake di Sal Da Vinci. E chi difende sempre i quotidiani oggi non dice nulla, si nasconde

gratteri mafia
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C’è un punto, in questa storia, che va oltre la solita polemica quotidiana e che merita di essere guardato con calma. Perché Nicola Gratteri non è un commentatore da bar, non è un influencer che può permettersi di spararla grossa per fare engagement. È il procuratore di Napoli, cioè uno dei magistrati più potenti e visibili d’Italia. E proprio per questo ogni parola pesa. Non bastava lo scivolone su Falcone, che aveva già fatto discutere. Adesso arriva anche il caso Sal Da Vinci e l’intervista al Foglio. Come ormai noto, durante il dialogo con Massimo Gramellini su La7, Gratteri aveva raccontato una storia che poi si rivela falsa. Quando la cosa gli è stata fatta notare, la risposta è stata spiazzante: “Era tutto uno scherzo. Non sapete scherzare?”. Insomma, non una fake news, ma una gag. Una battuta tra lui e il presentatore. “Io giocavo”, “ridevo con il presentatore”, “ci siamo guardati e abbiamo riso”.

Ora, il problema non è stabilire se stesse davvero scherzando oppure no. Il punto è che se davvero fosse stato uno scherzo, la faccenda diventerebbe quasi più grave. Perché significherebbe che un procuratore della Repubblica ha deliberatamente raccontato una notizia falsa in televisione, in un talk show nazionale, sapendo che quella frase avrebbe fatto il giro dei giornali e dei social. Una tecnica, ha osservato Antonio Di Pietro, che qualcuno usa proprio per ottenere risonanza mediatica. A questa osservazione Gratteri non ha neppure replicato davvero: “È un’interpretazione che lascio a voi e a Di Pietro”.

Ma la parte davvero inquietante della vicenda è arrivata dopo, quando il procuratore parla con la giornalista del Foglio Ginevra Leganza. A un certo punto la conversazione prende una piega singolare. “Senta, con voi del Foglio…”, il monito. Poi la frase che ha fatto scattare il caso: “Se dovete speculare e diffamare persino su Sal Da Vinci, fate pure. Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti. Nel senso che tireremo una rete”.

Ora, possiamo girarci attorno quanto vogliamo. Possiamo provare a leggerla come una metafora, una battuta, un’espressione infelice. Ma quando un procuratore parla di “fare i conti” con un giornale e di “tirare una rete”, evocando per di più la diffamazione, è difficile non cogliere un’ombra di minaccia. Non lo diciamo noi: lo hanno fatto notare esponenti politici e giuristi. Antonio Tajani ha parlato apertamente di un atto gravissimo che lede la libertà di stampa. Il sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini ha espresso solidarietà al Foglio e ha chiesto scuse. Il Comitato delle Camere Penali per il Sì ha parlato di parole che suonano come una vera intimidazione. Gratteri, dal canto suo, ha provato a ridimensionare il caso. Dice di essere da mesi bersaglio di minacce di denunce e procedimenti disciplinari. Ricorda che la legge prevede novanta giorni per presentare una querela e cinque anni per un’azione civile. E si chiede: posso ipotizzare di farmi risarcire oppure no? Se l’espressione che ho usato non andava bene, aggiunge, mi dispiace.

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Fin qui la cronaca. Ma c’è un dettaglio politico e culturale che colpisce più di tutti. Ed è il silenzio. Un silenzio piuttosto rumoroso. Perché su questa vicenda gran parte della sinistra ha preferito non dire nulla. O quasi. Ed è curioso, per usare un eufemismo. Perché parliamo dello stesso mondo politico e mediatico che, giustamente, si mobilita ogni volta che intravede anche solo un’ombra di pressione sulla stampa. Lo stesso ambiente che parla spesso di libertà d’informazione, di pluralismo, di giornalisti sotto attacco. Tutti temi sacrosanti. Ma che improvvisamente sembrano diventare meno urgenti quando la frase controversa arriva da un magistrato simbolo di un certo immaginario civile e giudiziario.

Il punto non è mettere in discussione la storia personale di Gratteri, né il suo impegno contro la criminalità organizzata. Sarebbe ridicolo e ingiusto. Il punto è un altro: in una democrazia liberale le istituzioni valgono più delle simpatie personali. E quando un magistrato pronuncia parole che possono suonare come un avvertimento ai giornali, la reazione dovrebbe essere trasversale. Non a corrente alternata. Parliamo di denunce forti, categoriche, che non lasciano margini di interpretazione. Non gesti timidi, giusto per non perdere la faccia.

Perché la libertà di stampa non è una bandiera da sventolare solo quando conviene. O quando il bersaglio è l’avversario politico. È un principio che vale sempre, anche quando a pronunciare una frase stonata è qualcuno che, per molti, rappresenta un simbolo. Altrimenti il rischio è quello di trasformare un principio universale in una clava di parte. E a quel punto la libertà di stampa smette di essere una libertà. Diventa soltanto uno slogan. E pure un po’ ipocrita.

Franco Lodige, 11 marzo 2026

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