La tesi del Fatto Quotidiano sul caso Minetti sta crollando. Prima cade un dettaglio. Poi un altro. Poi salta un presupposto. E alla fine quella che veniva venduto come inchiesta assomigliava molto di più a un castello di carte: alto, scenografico, impressionante da lontano, ma fragilissimo appena qualcuno si prende la briga di guardare i documenti. Il caso Minetti, per come è stato raccontato dal quotidiano diretto da Marco Travaglio, nasceva con tutti gli ingredienti perfetti per il grande romanzo giudiziario-morale. C’era l’ex consigliera regionale condannata nel processo Ruby (pena complessiva di 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato), la grazia concessa dal presidente della Repubblica, un bambino malato. C’era l’Uruguay, che nel racconto diventava subito sfondo esotico e opaco. E ancora c’erano genitori biologici evocati come vittime, un’avvocata morta carbonizzata, una madre scomparsa, ospedali italiani tirati in ballo, cure all’estero, ville, ranch, festini, escort, testimoni anonime.
La tesi del Fatto? Semplice e micidiale: la Minetti avrebbe ottenuto la grazia lo scorso 18 febbraio per ragioni umanitarie fondate su una rappresentazione falsa o quantomeno manipolata. Il bambino non sarebbe stato davvero abbandonato, ma sottratto ai genitori biologici attraverso una causa promossa da Minetti e dal compagno Giuseppe Cipriani. Lei avrebbe nascosto i propri precedenti penali. La morte dell’avvocata collegata alla vicenda avrebbe aggiunto un’ombra ulteriore. Le cure mediche all’estero sarebbero state raccontate in modo non corretto. E, dulcis in fundo, l’ex consigliera non avrebbe affatto cambiato vita, continuando nella villa uruguaiana una specie di esistenza da romanzo decadente. Ecco, il punto è che questo racconto, potente sul piano narrativo, sembra molto meno solido quando passa dalla suggestione ai fatti.
L’ultimo tassello in ordine di tempo è quello legato alle risposte dell’Interpol all’Italia. Nell’informativa fatta arrivare dall’Interpol alla procura generale di Milano non emerge nessun precedente penale né sul conto della Minetti, né del compagno Giuseppe Cipriani. Né in Uruguay, né in Spagna. Stesso discorso per quanto riguarda le presunte denunce a loro carico o gli indizi sul coinvolgimento in processi riguardanti presunte attività connesse alla prostituzione. Niente di niente, nemmeno nel ranch a Punta del Este, parecchio chiacchierato nelle ultime settimane. Come confermato dal Corriere, l’esito di questi accertamenti è stato comunicato alla Procura generale di Milano, che li aveva chiesti su incarico del ministero della Giustizia.
Passiamo al resto. La prima carta che viene giù riguarda l’adozione. Perché se il cuore dell’accusa era l’idea di un bambino strappato alla famiglia biologica, ciò che emerge dalla sentenza uruguaiana va nella direzione opposta. All’esito di un iter avviato a marzo 2020, il tribunale di Maldonado il 15 febbraio 2023 ha disposto l’adozione del minore da parte di Minetti e Cipriani accertando lo stato di abbandono fin dalla nascita e la mancata assistenza morale e materiale da parte dei genitori biologici. Non siamo davanti a un colpo di mano privato, a una manovra oscura o a una sottrazione mascherata. Siamo davanti a una procedura giudiziaria.
Andiamo avanti. Minetti e Cipriani non avrebbero intentato alcuna causa contro i genitori biologici del bambino. Questo è un passaggio decisivo, perché smonta l’immagine più emotivamente forte del racconto: la coppia potente che si muove contro una famiglia debole. Secondo quanto emerso, riporta Il Foglio, il tribunale uruguaiano ha seguito la procedura prevista, cercando nel 2021 di notificare ai genitori che era in corso il procedimento per la decadenza definitiva della responsabilità genitoriale. I genitori, però, non si sarebbero mai presentati, evidenzia Il Foglio. Nessun blitz, ma un iter istituzionale.
La sentenza, per come viene riportata, è ancora più netta. Come riportato dal Domani, dice che i genitori “hanno abbandonato il bambino al momento della nascita”, avvenuta nel dicembre 2017. Aggiunge che non lo hanno mai visitato, non si sono interessati alla sua salute, non hanno mostrato interesse per lui. Il padre risulterebbe in carcere da tempo, la madre sarebbe stata arrestata due volte per reati gravi e oggi sarebbe nuovamente accusata di coinvolgimento in traffici illeciti. È un quadro molto diverso da quello di una madre ingiustamente privata del figlio da una coppia benestante e protetta.
Anche sulle condizioni del bambino presso Minetti e Cipriani, il racconto cambia radicalmente. Il tribunale allega testimonianze giurate secondo cui il minore è felice, seguito, curato, sostenuto emotivamente. Viene riconosciuto che i suoi bisogni sono soddisfatti e che il bambino considera la Minetti e Cipriani i suoi genitori. È stato inoltre accertato che riceve trattamento psicologico e assistenza sanitaria completa. Non siamo nel campo delle voci. Siamo nel campo degli atti, non delle fantasie.
Poi c’è la questione dei precedenti penali. Anche qui il sospetto lanciato era pesante: Minetti avrebbe nascosto la propria condanna. Ma, secondo quanto emerge, l’esistenza dei precedenti è stata presa in considerazione dai giudici. Non solo: l’adozione è stata ritenuta regolare dalle autorità uruguaiane e poi riconosciuta efficace anche in Italia dal tribunale dei minori di Venezia il 19 luglio 2024. E questo non è un dettaglio. È il passaggio che trasforma la vicenda da nebulosa mediatica a fatto giuridico verificabile.
Altro tassello: Mercedes Nieto, indicata come avvocata della madre e morta carbonizzata insieme al marito. Una storia tragica, certamente. Ma anche qui la cornice suggerita sembra non reggere. È emerso che Nieto sarebbe stata in realtà tutrice del minore, non avvocata della madre. Non avrebbe avuto contatti con la donna e anzi si sarebbe espressa a favore dell’adozione del bambino da parte di Minetti e Cipriani. Quanto alla morte, la perizia richiesta dal procuratore Sebastián Robles avrebbe confermato l’ipotesi dell’incidente: l’incendio sarebbe stato causato dall’esplosione di una stufa. Il mistero, insomma, perde molta della sua aura noir.
Poi c’è il capitolo medico. Il Fatto aveva puntato anche sulla presunta falsità del bisogno di cure all’estero e sui rapporti con gli ospedali italiani. Il San Raffaele di Milano e l’ospedale di Padova hanno smentito di aver visitato o curato il minore consigliando l’operazione all’estero. Ma questa smentita, da sola, non prova che Minetti abbia inventato tutto. Secondo la ricostruzione riportata, l’ex consigliera si sarebbe confrontata informalmente con alcuni medici dei due ospedali, per poi decidere di portare il bambino a Boston. Il trasferimento non sarebbe avvenuto illegalmente, bensì sulla base di un provvedimento di affidamento temporaneo da parte dell’ente uruguaiano competente. E il bambino, punto essenziale, sarebbe stato effettivamente operato. Giuseppe Cipriani ha dichiarato al Corriere che il minore viene portato a Boston ogni sei mesi per i controlli e che sarà così fino ai diciotto anni. Anche qui, attenzione: si può discutere di come sia stata scritta l’istanza di grazia, di quali documenti siano stati allegati, di quali verifiche siano state fatte e da chi. Ma una cosa è discutere le carte, altra cosa è costruire l’idea di una grande frode morale attorno a un bambino che, stando a quanto emerge, è stato davvero curato, davvero operato e davvero seguito in un percorso sanitario complesso.
Infine, il ranch. La villa in Uruguay trasformata in luogo di perdizione, tra feste ed escort. È il pezzo più facile da vendere al pubblico, perché si attacca all’immagine già pronta di Minetti, al processo Ruby, al cliché della vita dissoluta. Ma è anche, a quanto pare, il pezzo più debole. Perché a sostegno di questa ricostruzione ci sarebbero soprattutto dichiarazioni anonime di presunte testimoni. E le dichiarazioni anonime, senza riscontri, servono benissimo per alimentare il sospetto, molto meno per fondare un’accusa.
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Ed è qui che la vicenda diventa più grande del caso Minetti. Perché il punto non è assolvere moralmente qualcuno per simpatia o antipatia. Il punto è capire se nel nostro dibattito pubblico basti ancora un buon racconto, condito con insinuazioni e dettagli torbidi, per trasformare una persona in bersaglio. Il Fatto avrebbe costruito un affresco cupo: la grazia ingiusta, il bambino usato come pretesto, i genitori biologici cancellati, l’avvocata morta, le cure inventate, la villa dei festini. Ma, uno dopo l’altro, i pilastri di questo affresco sembrerebbero sgretolarsi.
E allora resta una domanda: che cosa rimane quando cadono le suggestioni? Risposta facile: la gogna. Rimane il metodo. Rimane la vecchia abitudine di prendere una storia complicata, impastarla con il moralismo, aggiungere un po’ di cronaca nera, un po’ di sesso, un po’ di potere, e servirla al pubblico come verità rivelata. Il paradosso è che in questa vicenda il dato più solido sembra essere proprio quello meno raccontato: ci sono stati giudici uruguaiani, un tribunale italiano, atti, testimonianze, provvedimenti, cure mediche, controlli periodici. Dall’altra parte, molte ombre. Ma le ombre, senza prove, restano ombre. Il grande “caso Minetti”, dunque, non sta semplicemente cambiando forma. Si sta sgonfiando.
Franco Lodige, 6 maggio 2026
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