Politico Quotidiano

Lotito al bivio

“Ave, Caesar, morituri te salutant”. È questo il clima che si respira oggi attorno alla Lazio

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Claudio Lotito si trova a un bivio: scegliere se essere Nerone, guardando tutto bruciare, oppure Cincinnato, il dittatore romano che, dopo aver salvato la città, ebbe la saggezza di tornare ai suoi campi. Lotito non ama ascoltare. Ma se c’è una voce che probabilmente avrebbe ascoltato, sarebbe stata quella di Silvio Berlusconi. E lo dico, apprezzando l’intelligenza del patron della Lazio sin dai giorni cruciali del salvataggio nel 2005, insieme a Gianni Letta e Maria Teresa Armosino. Cosa gli consiglierebbe oggi il Cavaliere?

Probabilmente gli ricorderebbe che una squadra senza il suo popolo perde l’anima, come un canale tv senza spettatori. Perché uno stadio senza tifosi è come un tempio senza fedeli. Quando nel 2017 Berlusconi lasciò il Milan, dopo ben 31 anni, giustificò la cessione del club rossonero per farlo tornare protagonista in Italia, in Europa e nel mondo. La Lazio, invece, oggi è fuori dall’Europa da due stagioni. Anche il patron dei granata Urbano Cairo, che si è fatto le ossa con il Cavaliere, ha ora ammesso che non si può stare “in paradiso contro i santi”. E, nel calcio, i santi sono i tifosi.

La rivolta silenziosa della tifoseria, con l’Olimpico sempre più vuoto e il rifiuto di sottoscrivere abbonamenti, ha finito persino per contagiare Torino. Ed è una deriva pericolosa. Perché se la frattura tra proprietà e tifoserie si allarga, il rischio non riguarda più soltanto la Lazio, ma l’intero calcio italiano, ormai non più competitivo in Europa e sempre meno attraente sul mercato televisivo internazionale. Perché i supporter non sono solo folklore. Sono il capitale umano di una società, il principale patrimonio immateriale, fatto di identità, continuità, domanda e valore economico. Lo stesso Comandante Sarri ha denunciato quanto uno stadio vuoto finisca per togliere energia alla squadra e allontanare i grandi campioni dal voler giocare in un palcoscenico muto.

Io sono laziale da più generazioni. Mio nonno Felice, in piena guerra, prese una multa per aver usato le tessere del razionamento per poter festeggiare una vittoria della Lazio. Da allora nella mia famiglia la fede biancoceleste si tramanda di padre in figlio, fino ai nipoti. Tornato dall’Argentina, prima ancora di sistemarmi in una casa ai Parioli, vivevo all’albergo Ritz di piazza Euclide, dove veniva in ritiro la Lazio di Juan Carlos Lorenzo. Facevo il traduttore, il raccattapalle perfino il portaordini tra Lorenzo, squalificato, e Bob Lovati in panchina. I miei figli maschi sono cresciuti con il poster dello scudetto del 2000 con Anna Falchi sopra il lettino.

Ma oggi è sempre più difficile, in questo clima e in questa città, crescere nuove “leve” di laziali. Anche se essere laziali significa soffrire. Non per le sconfitte, però, che anzi temprano il carattere. Nessuno può cancellare i meriti dell’era Lotito con i molti titoli conquistati, ma il problema oggi non è se Lotito debba vendere oppure no. Il problema è che non sembra più in grado di interpretare e alimentare l’ambizione collettiva che un grande club dovrebbe incarnare.

Nella percezione pubblica, infatti, la Lazio si è progressivamente identificata con il suo presidente, finendo per restringere il proprio orizzonte narrativo. La narrazione non è più la Lazio, la sua storia, la sua aquila — che si chiami Olimpia o Flaminia — e il suo popolo. È diventata cronaca permanente: Lotito contro tutti. Contro la Lega, contro la FIGC, contro i giornalisti, contro gli arbitri. E questo, alla lunga, soffoca il club. Per vent’anni la narrazione del “salvatore” della patria biancoceleste ha funzionato. Ma un grande club deve vivere di futuro, di ambizioni, di sogni. E quando il presidente finisce per occupare più spazio della squadra che ha salvato, il danno ricade sia sul presidente stesso che sui tifosi. Perché il tifoso, nel calcio moderno, non deve essere un fastidio da gestire. È il primo asset emotivo, commerciale e reputazionale. Se una parte così ampia della comunità vive una frattura permanente con la società, non si può liquidare tutto dicendo che “i tifosi non capiscono”. Un grande club ascolta, coinvolge, ricuce.

Tuttavia, forse il danno più profondo dell’era Lotito non è nemmeno sportivo. È culturale. La Lazio storicamente è sempre stata un’idea di stile, fierezza, distinzione, appartenenza. Noi tifosi abbiamo sempre raccontato la Lazio ai nostri figli come qualcosa di diverso e speciale dalla tradizionale “caciara” romanista La comunicazione di Lotito appare invece spesso distante da ciò che la nostra storia ha sempre rappresentato. Ed è qui la vera frattura identitaria.

Persino nell’era Cragnotti, al netto dell’epilogo finanziario, la Lazio comunicava grandeur internazionale. Ogni acquisto era un evento globale. Oggi, invece, il tono appare troppo spesso difensivo, più impegnato a giustificarsi che a ispirare. Un tempo si annunciavano campioni, oggi si annunciano spiegazioni. Questa è la vera “brand dilution” dell’era Lotito: aver trasformato la Lazio da marchio aspirazionale a marchio costantemente sulla difensiva.

Al contrario, Lotito, ben cosciente della situazione, dovrebbe compiere un gesto di umiltà e visione. Invece di chiudersi nel suo fortino sull’Appia, farebbe bene a chiamare accanto a sé protagonisti competenti per capire come ripartire. Attorno alla Lazio esiste, infatti, un mondo economico serio, competente e profondamente biancoceleste. Ci sono, tra gli altri, Masi e Maiolini della Banca del Fucino, Nattino di Finnat, Ferranti di Mediocredito Centrale, il direttore generale del Mef Soro. Deloitte e altri protagonisti potrebbero aiutare a individuare una soluzione sostenibile, magari coinvolgendo un fondo internazionale.

La rilevanza della Lazio per Roma e il suo potenziale di crescita nazionale ed europea meriterebbero di riunire queste energie attorno a un tavolo comune. Un confronto tra imprenditori, manager e finanzieri biancocelesti potrebbe favorire la definizione di un progetto condiviso di sviluppo sportivo e societario. Pensare che oggi il peso economico di un club di Serie A possa essere sostenuto da una sola famiglia è un’idea romantica. Lotito in passato rifiutò un’offerta da 450 milioni di euro presentata da Enrico Monti di JP Morgan; ora dovrebbe evitare di ripetere l’errore già visto con la Salernitana, che alla fine fu ceduta a condizioni nettamente meno favorevoli di quelle iniziali.

Sappiamo tutti che, senza un aumento di capitale, è inutile parlare di un nuovo stadio. E l’eventuale avventura del Nasdaq richiede parametri patrimoniali e di governance che oggi mancano. Negli Usa, chi nuoce all’immagine delle squadre viene spinto fuori. È successo nel basket al proprietario dei Clippers e nel football a quello dei Washington Commanders. In Italia, il neo commissario agli stadi Massimo Sessa sarà il primo a chiedere garanzie finanziarie per autorizzare il Flaminio.

La Lazio non può accontentarsi di sopravvivere: deve tornare a essere Lazio, elegante e vincente, all’altezza della sua aquila cucita sulla maglia. Un club più grande di chi lo guida, anche quando quel presidente l’ha salvata e le ha regalato pagine indimenticabili. “ “Tempora mutantur, et nos mutamur in illis”: cambiano i tempi e noi cambiamo con essi. La vera grandezza, anche nel calcio, sta nel saper cambiare al momento giusto.

Luigi Bisignani per Il Tempo 31 maggio 2026

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