Riecco la favoletta. Quella del Presidente “notaio”, del Capo dello Stato che prende atto, firma e passa oltre. Una figura quasi amministrativa, neutra, senza margini. Comoda, soprattutto quando le cose si complicano. Ma qui il punto è: davvero qualcuno se la beve? Perché nel caso della grazia a Nicole Minetti, ora messa sotto “osservazione” per presunte irregolarità spuntate fuori da un’inchiesta del Fatto Quotidiano, ma smentite dalla diretta interessata, stiamo parlando di un atto tutt’altro che burocratico. È uno dei poteri più delicati che la Costituzione mette nelle mani del Quirinale. E infatti, per prassi, è circondato da cautele, pareri, istruttorie. Ma alla fine – dettaglio non proprio secondario – la firma è del Presidente della Repubblica. Di Sergio Mattarella. Non di un funzionario qualsiasi.
E allora stride, eccome se stride, la ricostruzione che prova a ridurre tutto a un automatismo. Anche perché non siamo di fronte a un Colle che si limita sempre e comunque a ratificare. Quando ha ritenuto che il decreto Sicurezza avesse bisogno di correzioni, dal Quirinale è partita una moral suasion così incisiva da costringere il governo a intervenire. Altro che passacarte. Qui invece dovremmo credere che, davanti a un dossier sulla Minetti, non si sia acceso nemmeno un campanello? Che tutto sia scivolato via liscio, senza un supplemento di attenzione? È questa la versione che circola. Ma fa acqua.
Non a caso, appena sono uscite le ricostruzioni giornalistiche che mettono in dubbio alcuni elementi della domanda di grazia, dal Colle si sono mossi. E anche in fretta. La Presidenza della Repubblica ha scritto al ministero della Giustizia chiedendo chiarimenti urgenti, ma aggiungendo una soffiata ai giornali – le classiche “fonti del Quirinale” – per precisa che la colpa mica è del Presidente, ma di chi gli ha passato le carte. Un po’ scaricabarile. La nota è formale, ma il senso è chiarissimo: “In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal Presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del Signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa”.
Traduzione: verificate subito se qualcuno ha raccontato una versione “aggiustata” dei fatti. Il nodo, del resto, è tutto lì. Secondo chi ha esaminato la pratica, le due narrazioni – quella contenuta nell’istanza di grazia e quella emersa dall’inchiesta del Fatto Quotidiano – “non sono conciliabili”. E quando due versioni non stanno insieme, significa che almeno una è sbagliata. Se non peggio. Dal Quirinale fanno filtrare un punto tecnico, corretto: l’istruttoria spetta al ministero della Giustizia. Lo ha chiarito anche la Corte Costituzionale. Il Presidente non ha strumenti autonomi per indagare, si basa sui documenti che riceve e sui pareri delle autorità competenti. Tutto vero. Ma non esaurisce la questione. Perché il Presidente non è un passante che firma senza leggere. È il garante ultimo. E proprio per questo, quando emergono dubbi, è naturale chiedersi se quei dubbi fossero davvero invisibili prima della firma o se siano stati sottovalutati.
Intanto, a via Arenula si corre ai ripari. Il ministero ha aperto nuove verifiche e sostiene che “nessuno degli elementi negativi presentati in recenti articoli di stampa consta agli atti della procedura”. In altre parole: nei fascicoli ufficiali non c’era nulla di problematico. “La domanda dell’atto di clemenza […] ha fatto seguito l’istruttoria di rito”, spiegano, ricordando il parere favorevole della Procura generale di Milano, e “nessuno degli elementi negativi presentati in recenti articoli di stampa consta agli atti della procedura”. Tutto in ordine, apparentemente. Ma se il Colle sembra scaricare la colpa sul ministero, il ministero lo fa con la magistratura che avrebbe dovuto controllare bene in fase di istruttoria.
Sul piano personale, Minetti respinge le accuse e passa all’attacco: “In riferimento alle notizie apparse sul quotidiano Il Fatto Quotidiano”, le definisce “prive di fondamento e gravemente lesive della propria reputazione personale e familiare”. E annuncia diffide e azioni legali. Sul piano politico, invece, si scatena la solita guerra. L’opposizione punta il dito contro il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Debora Serracchiani parla di una situazione “di una gravità inaudita” e chiede un passo indietro. Angelo Bonelli annuncia un’interrogazione parlamentare, evocando “zone d’ombra” incompatibili con un atto così delicato. Nordio replica con una stilettata: “Prima di chiedere le mie dimissioni Serracchiani avrebbe dovuto rileggere, visto che è laureata in Giurisprudenza, l’articolo 681 del codice di procedura penale, sui provvedimenti relativi alla grazia”. Quando la domanda arriva al ministero, infatti, gli uffici acquisiscono documenti e pareri dal Tribunale di sorveglianza, dalla Procura generale presso la Corte d’appello, del magistrato di sorveglianza del carcere se il soggetto è detenuto. Insomma: dalla magistratura, che infatti ora si sente un tantino tirata in ballo.
Perché al netto delle schermaglie, resta una domanda politica – prima ancora che giuridica: possiamo davvero raccontare che il Quirinale sia solo l’ultimo anello passivo di una catena? O non è più onesto ammettere che, proprio perché la firma pesa, anche il livello di attenzione deve essere massimo? E soprattutto: se oggi si chiedono verifiche urgenti, significa che ieri qualche certezza non era così granitica. Il che riporta tutto al punto di partenza. Altro che passacarte.
Franco Lodige, 28 aprile 2026
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