Con la chiusura della Porta Santa della sua basilica, San Pietro riconduce il Paradiso al tempo ordinario. Le feste sono finite. Le anime riprendono a pesare la storia. Sulla Terra, i primi giorni del 2026 non hanno portato tregua: il blitz su Maduro, le minacce alla Groenlandia, le intimidazioni rivolte a Messico, Colombia e Cuba. In Ucraina, Iran e Gaza si continua a morire. A rompere il brusio è Santa Teresa di Calcutta. Le sue grandi mani, severe, impongono silenzio prima ancora delle parole: «Il mondo diventa brutale quando non trova più nessuno da rispettare».
Giulio Andreotti, accanto a lei per riconoscenza e devozione, si sistema la sciarpa bianca e sussurra: «Il potere smette di essere prudente quando capisce di non dover più rendere conto».
Aldo Moro, sorseggiando il suo whisky e sottolineando di essere stato a lungo alla Farnesina, rende il dialogo tristemente attuale: «Sul Venezuela le Nazioni Unite parlano apertamente di violazione del diritto internazionale. Quando usano parole così nette, significa che il limite è stato superato».
Bettino Craxi, colbacco e mantello rosso, prosegue ispirato dai ricordi: «All’Onu, quando nel 1989 ero rappresentante speciale del Segretario generale per i debiti dei Paesi del Terzo Mondo, imparai una cosa: quando si pronunciano sul diritto, hanno quasi sempre ragione. Sciaguratamente, quando riescono a farlo rispettare, arrivano quasi sempre tardi. Tuttavia, resta ancora l’unico luogo dove la forza è costretta, almeno, a giustificarsi».
Andreotti, con un sorriso amaro: «Ne ho conosciuti più di uno. Da Kurt Waldheim, già ufficiale della Wehrmacht che non ho più ritrovato neppure da queste parti, a Pérez de Cuéllar. Gentilissimi, e tutti sinceramente preoccupati. E puntualmente bloccati».
Francesco Cossiga, togliendosi le cuffie collegate via Starlink con l’amico prete irlandese di base in Groenlandia, taglia corto: «Perché l’ONU non nasce per decidere. Nasce per registrare. E quando registra troppo a lungo, qualcuno fuori decide».
Giunto in triciclo, Amintore Fanfani ricorda: «Nessuno più di me conosce il Palazzo di Vetro. Nel ’65 presiedevo l’Assemblea mentre il mondo giocava col Vietnam».
Andreotti: «Sì, lo sappiamo, l’unico italiano a ricoprire quel ruolo».
Fanfani: «Perché un ti garba. Noi facevamo discorsi. Il veto di uno dei cinque faceva la storia. Usa, Russia, Cina, Francia, Regno Unito: li chiamavamo i P5».
Cossiga, fulminante: «Se lo sapesse Woodcock, li arresterebbe tutti».
Moro, non apprezzando la battuta del suo discepolo, con malinconia consunta sospira: «Quando il sistema si blocca, la forza torna a presentarsi come soluzione».
Alcide De Gasperi: «Ho sentito Trump parlare della Groenlandia come di una terra disponibile. È come se il Novecento non fosse mai finito. Addirittura, vuole comprarla!»
Andreotti, sornione: «Attento, Francesco. Poi compra pure la Sardegna».
Cossiga: «Manca solo che riattivi le basi militari della Maddalena».
Craxi: «È capace di tutto ed è il segno che l’ordine costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale non è più temuto. E quando non è temuto, smette di funzionare».
Fanfani, puntualizza con aria professorale: «La Groenlandia non è ghiaccio. È rotte artiche, terre rare, minerali strategici come il neodimio, il praseodimio, il disprosio e il terbio. L’economia arriva sempre prima. La politica, come al solito, dopo».
Silvio Berlusconi, in tuta di cashmere blu, distratto un attimo dalle confidenze di Pippo Baudo sul caos Mediaset per il caso Signorini, azzarda: «Altro che bandiere, Trump manderà navi militari per blindare tutta la zona. E sul ghiaccio ci fa un resort a sette stelle, gemellato con quello sul mare che immagina a Gaza».
Poi conclude pragmatico: «Il ghiaccio è il nuovo petrolio. Le navi non arrivano lì per il panorama. Chi investe, compra futuro. Chi arriva tardi, paga».
Andreotti critico: «Quando una grande potenza riscopre una periferia, non è mai per caso. E l’Europa, intanto, perde il proprio ruolo».
De Gasperi, chiudendosi il pastrano grigio con cui volò in America per stringere l’alleanza decisiva, commenta aspro: «La difesa comune europea non è mai nata. Il coraggio politico è arrivato sempre dopo».
Andreotti: «Lo scrissi su La Discussione, nel 1981: la difesa europea non naufragò per un voto o per un Paese, ma perché nessuno volle rinunciare al proprio alibi nazionale».
Craxi: «Oggi è lo stesso. Così l’Europa dei regolamenti parla di valori perché non riesce a esercitare potere, con Parlamenti – soprattutto il nostro – che abbaiano alla luna».
Moro: «E così diventiamo il suburbio delle decisioni altrui».
Cossiga: «Procedure senza strategia. Crescono solo due strumenti: la forza e l’intelligence».
Moro: «Che sovente lavorano insieme».
Andreotti: «Con la seconda che prepara il terreno alla prima».
Craxi: «O la sostituisce».
Andreotti: «Il blitz di Maduro ne è l’esempio. Il “Gallo pinto” si credeva invincibile. Come tutti i dittatori».
Craxi: «Convinti di resistere. Di avere il tempo dalla loro parte».
Cossiga: «Poi una notte…».
Fanfani: «Li buttano fòri dal letto in mutande, mani e piedi negli schiavoni. Traditi proprio dai più fedeli, tu quoque…».
Andreotti: «Un capo dei servizi, un generale, un uomo di fiducia».
Craxi: «C’è sempre un servizio più “pagante” del regime».
Cossiga: «Così non serve più rovesciare nulla. A Caracas un colpo da maestri: decapitation strike, low observable assets».
Andreotti lo interrompe: «France’, è meglio quando parli sardo».
Fanfani, accigliato: «In due ore e ventotto minuti. E cento guardie cubane morte».
Berlusconi: «Ora Maduro è a New York. Starà rimuginando l’esilio dorato che gli avevano offerto in Turchia».
Andreotti: «Mamma li turchi… Come con Gheddafi. Anche lì c’erano garanzie. Dalla Francia, contatti, rassicurazioni. Vatti a fida’ dei galletti…».
Cossiga: «Il salvacondotto è l’ultimo segnale. Non è una promessa. È una verifica».
Berlusconi, quasi compiaciuto: «Nicolas ha smesso di ridere di me. È finito in carcere proprio per i fondi avuti da Gheddafi. Nemesi storica».
Cossiga: «Un dittatore non riesce a concepire una vita dopo il potere».
Berlusconi: «Noriega fu il primo. Preso vivo. Portato via. Processato lontano da casa».
Craxi: «Ceaușescu pensava che l’esercito avrebbe retto».
Andreotti: «E Saddam che qualcuno avrebbe trattato».
Moro: «Cambiano le epoche. Non cambia l’illusione».
Andreotti: «L’iraniano Khamenei lo vedo in cottura. Resistono qualche giorno di troppo. Ed è quell’irrazionale lasso di tempo che li consegna alla forma peggiore della fine».
Cala un silenzio consapevole, interrotto dopo un po’ da Cossiga, insolitamente grave: «Oggi il potere non viene più rovesciato. Viene smontato. La CIA svuota i vertici. Il Mossad colpisce le teste, una ad una. Hamas, gli iraniani: non c’è fronte, c’è penetrazione. Non cade il regime, si disintegra la catena, si corrompono ministri, collaboratori e militari».
Andreotti: «È il potere che cambia forma, senza cambiare nome».
Craxi: «Noi continuiamo a chiamarlo ‘ordine internazionale’».
Ratzinger annota, con calligrafia minuta: «Il potere non crolla. Evapora».
Poi, a mani giunte: «Il potere che si crede assoluto dimentica una cosa elementare: vive di fedeltà umane. E le fedeltà umane sono sempre negoziabili».
Entra San Pietro, riponendo le chiavi: «C’è tempo per riprenderle nel 2033, per il Giubileo straordinario del bimillenario della Redenzione. Ora recitiamo tutti insieme il Regina Coeli.»
La geopolitica, come noto, non prega.
Luigi Bisignani per Il Tempo 11 gennaio 2026
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