Ma quale flop: il Cpr in Albania è quasi pieno

La sinistra gridava allo spreco da 800 milioni. Oggi a Gjader ci sono 90 migranti pronti all’espulsione. E a dirlo è una deputata Pd

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CPR albania

C’erano una volta gli editoriali indignati, le lezioncine morali, gli 800 milioni “buttati”, il “lager in Albania”, la “deportazione in salsa meloniana”. Poi, come spesso accade in questo Paese, la realtà si è messa di traverso rispetto alla narrazione. E la realtà dice una cosa molto semplice: il Cpr di Gjader oggi non è vuoto. Anzi.

Novanta migranti trattenuti, pronti per essere espulsi. “65 portati nell’ultima settimana”, racconta una deputata del Pd, Rachele Scarpa, dopo la sua visita ispettiva, come riporta Il Giornale. Capite il paradosso? A certificare che il centro funziona è proprio chi politicamente ne ha contestato l’esistenza. Non era il grande flop? Non era il “buco nero” nei conti pubblici? Non era l’ennesima trovata propagandistica del governo? Il Protocollo Albania, quello firmato da Giorgia Meloni e Edi Rama e stimato in 800 milioni in cinque anni, doveva essere l’emblema dello spreco. Invece, piaccia o meno, sta diventando un ingranaggio operativo nel meccanismo dei rimpatri. E questo, nel dibattito italiano, è quasi una bestemmia.

Con il Decreto legge 37/2025 la struttura ha cambiato passo. Non più solo centro di prima identificazione per richiedenti asilo provenienti da Paesi sicuri, ma spazio destinato anche a chi si è visto respingere la domanda e attende l’espulsione. Dei 144 posti teoricamente disponibili, 96 sono già attivi nell’area dedicata a chi deve essere rimpatriato. E dal 2024 il centro è stato utilizzato anche per trattenere soggetti destinatari di provvedimenti di espulsione considerati particolarmente pericolosi. Parliamo di casi come quello di Redouane Laaleg: 56 anni, 13 alias, due espulsioni, 23 condanne definitive tra il 1999 e il 2023, compresa l’aggressione a calci in testa a una donna. Risarcito con 700 euro. Ecco, questo è il contesto in cui si muove la polemica.

Naturalmente non poteva mancare l’ostacolo giudiziario. I trasferimenti da altri Cpr italiani a Gjader – previsti dalla normativa – sono stati rallentati da quella che potrebbe essere definita “giurisprudenza creativa”. Rinvii, dubbi sollevati dalla Cassazione, questione finita davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. Ma nel frattempo la macchina è andata avanti. Secondo Il manifesto e i siti vicini alle Ong, il riempimento del centro sarebbe un “blitz” del governo in vista dell’entrata in vigore del nuovo Piano immigrazione e asilo dell’Ue, previsto per giugno. Un piano che, guarda caso, si ispira molto all’impostazione italiana: lista unica europea dei “Paesi sicuri”, procedure accelerate negli hotspot extra-Ue, stretta sulla protezione umanitaria, potenziamento dei rimpatri. Tradotto: meno discrezionalità, più regole comuni, più espulsioni effettive. Non a caso al Viminale si è tenuto un summit anti-sbarchi con Spagna, Grecia e Pakistan. Segno che il tema non è più confinato al dibattito interno italiano ma è diventato asse politico europeo.

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Dal Tavolo Asilo e Immigrazione – di cui faceva parte la stessa Scarpa – arriva la denuncia: sovraffollamento, dubbi sulla possibilità di esercitare il diritto alla difesa e alla salute, presunte “vulnerabilità psicofisiche”. Obiezioni legittime, per carità. Ma che si inseriscono in un contesto in cui, negli anni passati, non sono mancate inchieste su medici accusati di aver firmato certificazioni discutibili di incompatibilità tra salute e trattenimento nei Cpr. E allora la domanda diventa politica, non tecnica: vogliamo uno Stato che esegue le espulsioni o uno Stato che firma provvedimenti destinati a restare sulla carta?

Il punto non è tifare per un centro in Albania. Il punto è capire se il sistema dei rimpatri debba funzionare oppure no. Perché per anni abbiamo assistito a un cortocircuito grottesco: decreti di espulsione notificati e mai eseguiti, persone irregolari che restano sul territorio, Cpr italiani saturi e continuamente contestati. Gjader nasce per rompere questo schema. Poi possiamo discutere di costi, di garanzie, di proporzioni. Ma il fatto politico è uno: quello che doveva essere il simbolo del fallimento sta diventando, numeri alla mano, uno strumento operativo. E forse è proprio questo che dà più fastidio.

Franco Lodige, 25 febbraio 2026

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