Dario Bianchi, manager della Jc Electronics, torna sulla vicenda delle forniture di mascherine durante l’emergenza Covid e, in un’intervista rilasciata a Il Giornale, ripercorre quella che definisce una delle pagine più controverse della gestione degli acquisti pubblici nel 2020. Al centro delle sue dichiarazioni ci sono il contratto risolto dalla Struttura commissariale, il maxi-risarcimento riconosciuto dalla magistratura (che la sinistra brandisce da qualche giorno e di cui vi abbiamo spiegato qui tutti i retroscena) e le accuse rivolte al sistema di intermediazione che accompagnò le commesse di dispositivi di protezione.
Bianchi ricorda che inizialmente la Protezione civile aveva richiesto alla sua azienda la fornitura di mascherine KN95 considerate salubri. Tuttavia, con il passaggio delle competenze alla Struttura commissariale, il contratto venne risolto il 3 agosto 2020 perché i dispositivi sarebbero stati ritenuti non conformi.
Secondo il manager, però, quella decisione è stata successivamente smentita dal tribunale di Roma. “La sentenza ha definito quella risoluzione ingiustificata e pretestuosa”, afferma, sostenendo che le indagini della Guardia di Finanza avrebbero evidenziato come il procedimento di validazione si fosse bloccato perché ai tecnici non sarebbe stato trasmesso il test ritenuto decisivo, mentre i laboratori delle Dogane avevano certificato la qualità delle mascherine e l’Inail ne aveva approvato la fornitura. Per Bianchi la domanda da porsi non è quindi perché il contratto sia stato risolto, ma “perché una fornitura italiana, verificata dai laboratori delle Dogane ed approvata da Inail, fu liquidata con motivazioni pretestuose”.
Nel corso dell’intervista, il manager mette in relazione la vicenda della propria azienda con la maxi-commessa da 1,2 miliardi di euro assegnata a tre consorzi cinesi. “Il nostro contratto veniva affossato mentre la struttura commissariale firmava la maxi-commessa da 1,2 miliardi di euro con tre consorzi cinesi, mediata da una rete di intermediari che si è spartita oltre 200 milioni di provvigioni”, sostiene. Da qui la sua conclusione: “Per fare spazio, qualcun altro doveva uscire. Siamo stati fatti uscire con una risoluzione dichiarata illegittima dal tribunale”.
Bianchi richiama anche le segnalazioni delle Dogane del Lazio, che – secondo il suo racconto – avrebbero invitato i vertici a informare il governo della presenza di mascherine ritenute insalubri e potenzialmente dannose per medici e infermieri. Nell’intervista esprime inoltre solidarietà nei confronti del funzionario che avrebbe effettuato quelle segnalazioni e degli ufficiali della Guardia di Finanza coinvolti nelle indagini.
Un altro capitolo riguarda il contenzioso civile. Bianchi ricorda che il 7 novembre 2024 il tribunale ha quantificato il danno in 203 milioni di euro, cifra che, con gli interessi maturati, sarebbe poi salita a 278 milioni. “È la quantificazione fatta da un Ctu e da un giudice applicando i criteri di legge”, osserva, aggiungendo che una precedente valutazione elaborata da un docente della Bocconi stimava un danno persino superiore.
Successivamente le parti hanno raggiunto una transazione da 100 milioni di euro. Alle critiche mosse dall’esponente del Pd Francesco Boccia, secondo cui “si vede che non erano soldi vostri”, Bianchi replica che l’accordo è stato raggiunto durante il giudizio d’appello e che, come ricordato dal ministro della Salute Orazio Schillaci, avrebbe consentito allo Stato di limitare il danno economico. “Lo Stato ha risparmiato 178 milioni estinguendo anche i contenziosi”, sostiene.
Infine, il manager torna sulle accuse già formulate nei confronti dell’avvocato Luca Di Donna, ex collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte presso lo studio Alpa. Bianchi afferma che la documentazione in suo possesso dimostrerebbe che, negli stessi giorni in cui si trovava presso quello studio, “si è attivata la macchina amministrativa pubblica che mi ha messo fuori gioco” e che vi sarebbe stato chi si proponeva come consulente per le commesse in cambio di una percentuale sul fatturato.
Pur prendendo atto dell’archiviazione dell’indagine e delle smentite di Giuseppe Conte, Bianchi sostiene che l’ex premier “dovrebbe prendere atto della sentenza che ha accertato le gravi irregolarità commesse in mio danno”. A suo giudizio, l’archiviazione sarebbe legata anche alle modifiche normative intervenute sui reati di traffico di influenze e abuso d’ufficio, mentre sul piano politico e istituzionale resta, secondo lui, un interrogativo: “È normale che, mentre lo Stato comprava mascherine, qualcuno girasse per studi legali proponendosi come consulente per quei contratti in cambio di percentuali mettendo in evidenza una vicinanza personale con chi amministrava le commesse?”.
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