Ma papà ti manda sola? Vale per Ilaria “solidarietalpopolocubanoh!”. Salis come per la sinistra tutta: che si esalta perché in Ungheria la destra succede alla destra, come a dire: pur che non sia sinistra. Ora, la nostra Beyoncé dell’antagonismo pare avere idee leggermente confuse, sarà il jet lag dei continui voli, come tiene a farci sapere, perché lei, fanculo al centrosocialismo e al socialismo centrale, è una borghese d’élite, che deve cambiare sempre residenza, selezionare i portaborse, possibilmente con precedenti penali, una vitaccia, le tocca addirittura levarsi alle 7,30 per controlli alberghieri. Si capisce che, oppressa dal logorio della vita privilegiata, ovvero fare niente e incassare molto, la fondatrice dell’ordine dei Salisiani occupatori possa perdere qualche colpo: prima sfotte Orban, il persecutore, uscito sconfitto da elezioni che hanno sancito un cambio fisiologico, cosa che a Ilaria pare quasi prodigiosa essendo ella avvezza a democrazia alternative come quella cubana, dove la dittatura è una famiglia, si passa da fondatore a fratello a figli eccetera. Che strano, constatare che un tiranno europeo si levi di mezzo senza colpi di Stato, senza far casino, al termine di consultazioni libere; talmente scioccata, Salis, da fare la spiritosa social col cartello, “addio per sempre”. Con la manina che faceva tanto “me la sono sfangata un’altra volta”. Solo che qualcuno deve averle spiegato che gli Orban passano, i processi restano, o magari tornano, e che il nuovo potere non è che sia proprio legato ai compagni di Askatasuna: tra l’altro, il ministro di Giustizia magiaro ai tempi dell’arresto della nostra Suor Incatenata delle Occupazioni Abusive era l’ai tempi coniuge del vittorioso Péter Magyar.
Insomma non c’è da stare eccessivamente tranquilli e così Ilaria affida ai media, La7 in particolare, le sue preoccupazioni geopolitiche: “Un cambio di governo non significa immediatamente ripristinare, in Ungheria, le istituzioni democratiche” dice lei che di democrazia se ne intende, alternativa, progressiva, ma se ne intende; e prosegue: “Per fare questo serve una maggioranza assoluta che Magyar ha ottenuto ma serve anche costanza e volontà politica perché Orban quando ha avuto lui la maggioranza assoluta in Parlamento ha disarticolato la divisione dei poteri e distrutto quella che era l’architettura democratica del paese. Quindi questo deve essere ricostruito da capo”. Frasario d’antan inconfondibile, “disarticolare”, “quella che era”… Arriva la domandona fatale, ma tu ti senti sicura a questo punto? “Oggi come oggi no. Credo ci vogliano degli anni. Tra l’altro la notizia della settimana scorsa è che le autorità ungheresi hanno deciso di porre termine al procedimento penale a mio carico, quindi non è neanche qualcosa che è sul sul piatto al momento, ma c’è anche tutta un’eredità di forte politicizzazione del processo a mio carico, messa in atto dal governo di Orban, che è penetrata profondamente all’interno dell’opinione pubblica”.
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Seh, la politicizzazione. La penetrazione nell’opinione pubblica. No, la gente in Ungheria sospetta che a penetrare nel cranio di un malcapitato “nazista” sia stato un martello, un manganello di una banda specializzata i cui membri hanno già patteggiato, tranne questa italiana che secondo la magistratura non era estranea e che ad ogni buon conto l’Italia, per gentile concessione dell’Europa, o viceversa, ha non solo salvato ma addirittura premiato. Così una ex maestra precaria con generosi precedenti si ritrova in una incredibile, quasi fatata condizione da privilegiata che irride, che provoca gli stessi partiti artefici della sua immunità, che recita con sempre minore convinzione il ruolo della barricadera. Qualcosa di surreale, di straniante, che dà la misura dello spappolamento di una politica che non avverte più alcuna esigenza di stile, di misura, di decenza. E non ci riferiamo tanto al meccanismo premiale di una che sfugge ai processi, quanto all’atteggiamento al limite dell’infantile: il selfie ridanciano con la manina, “ciao Orban” sposta ulteriormente il confine di una politica influencer priva di significato ma dove tutto è significante, anzi insignificante come lo è l’insulso.
Brutti, bruttissimi tempi questi dove chi si arroga il compito di “rappresentare il popolo” manda a fare in culo, fa ciao con la manina, si fa effigiare come Gesù Cristo e via delirando: non c’è da ridere, da sprecare meme, c’è da rabbrividire perché questa è gente con le mani sul pulsante o almeno sulla leva della spesa, delle tasse, delle regole che possono farsi più o meno punitive fino a sviluppare autentici autoritarismi di fatto. Fino alla fine del Novecento, uno da un politico, da uno del potere poteva aspettarsi non esattamente l’onestà ma almeno uno scrupolo nel contegno, ipocrita se si vuole, comunque indice di un senso di realtà: tutto travolto, sparito, i pochi che mantengono una serietà di fondo vengono irrisi, estromessi, gli altri scelti, innalzati.
Lo stesso Magyar, giovane, 45 anni appena, non scampa a campagne pesantemente diffamatorie di una violenza un tempo impensabile: corpose o inventate che fossero, in tutto o in parte, quelle ombre, poco e niente ha avuto effetto sull’opinione pubblica per la quale, in Ungheria come in Italia come ovunque, tutto ciò che si può pensare di un politico è vero. Magyar esce dai suoi incarichi nelle compagnie statali, molla Fidesz, ripudia Orban, che lo attacca, ricambiato con pari veemenza, molla anche la moglie, Varga, a sua volta dimessasi da ministro per potersi candidare alle europee nel 2024, in un turbine di sospetti, di retroscena torbidi di tutti contro tutti non esclusa la presidenza della Repubblica, la Katalin Novàk che ha graziato uno che aveva coperto abusi sessuali su minori in una casa-famiglia statale. L’impensabile, il bordellesco generano non sdegno o indignazione quanto assuefazione ed è su questo che contano le Salis, sulla degradazione buffonesca per cui ogni distinzione da estetica a etica risulta impraticabile: mai vista una sinistra, per giunta massimalista, figlia naturale di quella che negli anni ’70 diceva “il papa ci piace di più a testa in giù” e odiava l’America, continuare a odiare l’America ma difendendo il suo papa; mai vista esultare perché in Ungheria arriva al potere uno di destra, non esattamente vergine, anzi un tecnocrate e un uomo di apparato nelle trame e gli intrighi del vecchio potere considerato fascista al quale ha voltato, chissà poi quanto, le spalle.
Max Del Papa, 13 aprile 2026
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