Ma vietare il velo islamico può essere illiberale

Il disegno di legge della Lega riapre il dibattito sul rapporto tra libertà individuale, integrazione e limiti dell’intervento dello Stato nelle scelte personali

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Donne velate

C’è qualcosa di profondamente paradossale nella proposta della Lega di vietare il velo islamico – e in generale ogni accessorio religioso o culturale che copra il volto – negli spazi pubblici. Una proposta presentata, non a caso, alla vigilia della Giornata internazionale della donna, e giustificata in nome della “dignità” e della “libertà” femminile. Paradossale perché pretende di difendere la libertà attraverso un nuovo divieto, e di emancipare le donne imponendo loro un ulteriore controllo statale sul proprio corpo.

Una logica che difficilmente può essere definita liberale.

Il disegno di legge promosso dai senatori della Lega prevede pene fino a tre anni di reclusione e multe fino a 30 mila euro per chi costringe una donna a indossare il velo, e introduce un divieto esplicito di indossare accessori religiosi o etnici che coprano il volto nei luoghi pubblici, salvo eccezioni limitate.

La proposta modificherebbe la cosiddetta “legge Reale” del 1975, nata in tutt’altro contesto storico: gli anni di piombo, quando il problema erano i manifestanti che si presentavano mascherati ai cortei per evitare l’identificazione.

Trasformare quella norma in uno strumento contro simboli religiosi o culturali è già di per sé un salto logico notevole. Ma il problema non è soltanto giuridico. È soprattutto politico e culturale.

Uno Stato liberale non entra nel merito delle scelte identitarie dei cittadini se queste non violano diritti altrui o norme penali. Non decide come le persone debbano vestirsi, quali simboli religiosi possano esibire o quali tradizioni culturali possano mantenere. La libertà individuale, nelle democrazie liberali, non è concessa dallo Stato: è il punto di partenza. Lo Stato interviene solo quando quella libertà diventa coercizione nei confronti di altri.

Se una donna è costretta a indossare il velo, il problema non è il velo: è la costrizione. Ed è su quella che l’ordinamento deve intervenire, come già può fare oggi attraverso i reati di violenza privata, maltrattamenti in famiglia o costrizione.

Creare un nuovo reato specifico rischia di essere più simbolico che efficace, oltre a produrre effetti paradossali: lo Stato finirebbe per punire una comunità o una pratica culturale invece di colpire le reali situazioni di abuso.

Ancora più problematico è il divieto generalizzato nei luoghi pubblici. L’argomento della sicurezza – la necessità di poter identificare chi si muove nello spazio pubblico – è legittimo, ma non giustifica una proibizione permanente. Le democrazie liberali hanno sempre risolto questa esigenza in modo semplice: chiedendo alle persone di scoprirsi il volto quando necessario per l’identificazione, non vietando a priori determinati indumenti.

Confondere sicurezza e assimilazione è un errore politico prima ancora che giuridico. L’integrazione non si costruisce imponendo l’omologazione culturale, ma garantendo diritti, opportunità e partecipazione. Pensare che una società diventi più libera vietando simboli religiosi significa fraintendere il concetto stesso di libertà.

C’è poi un ulteriore rischio, meno evidente ma più profondo. Quando lo Stato inizia a stabilire quali espressioni culturali o religiose siano accettabili nello spazio pubblico, entra in un terreno scivoloso. Oggi il bersaglio è il velo islamico; domani potrebbe essere qualsiasi altro simbolo identitario considerato “estraneo” o “incompatibile”.

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La tradizione liberale europea si è affermata proprio per evitare questo tipo di potere culturale dello Stato. La neutralità delle istituzioni non consiste nel cancellare le differenze, ma nel permettere che convivano nel rispetto delle leggi comuni.

Naturalmente, nessuno nega che esistano situazioni di oppressione all’interno di alcune comunità. Ma combatterle significa rafforzare l’autonomia delle persone, non ridurla ulteriormente. Significa investire in istruzione, diritti, protezione delle vittime e strumenti di emancipazione. Non stabilire per legge come una donna debba vestirsi per essere considerata libera.

Una politica che pretende di liberare vietando rischia di ottenere l’effetto opposto: trasformare la libertà in un campo di battaglia ideologico.

E quando la libertà diventa uno slogan da usare contro qualcuno, smette di essere un principio da difendere per tutti.

Salvatore di Bartolo, 8 marzo 2026

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