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Macron prepara la vendetta

L'Eliseo passa al contrattacco: Parigi punta a esercitare influenza sull'Italia crescendo in settori come energia, idrico e difesa

emmanuel macron e giorgia meloni
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Rien ne va plus. Ma non per la Francia. Nei salotti giusti di Parigi, nelle logge più influenti e nei grandi studi legali circola una domanda che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata inconcepibile: e se questa volta “les Italiens”, con il risiko bancario destinato a incidere sulla governance di Generali, avessero deciso di fare davvero “sistema” alla francese?

Non è certo un caso infatti l’annuncio proprio ieri del prossimo bilaterale tra Meloni e Macron. Per oltre trent’anni la Francia ha esercitato in Italia un’influenza ben superiore al peso dei suoi investimenti, anche grazie a una lobby politica che opera anche attraverso i discreti canali della propria intelligence e che non ha mai trovato un equivalente italiano oltre le Alpi. Poco ha inciso, sotto questo profilo, il cosiddetto Patto del Quirinale del 2021, tanto caro al Presidente Mattarella e ad alcuni protagonisti della vita politica italiana, da Mario Draghi a Enrico Letta fino al “quirinalizio” Paolo Gentiloni. Generali è stata probabilmente l’emblema di questa stagione.

Con Philippe Donnet, ormai avviato verso l’uscita, cala il sipario sulla lunga parentesi francese del Leone: aperta da Antoine Bernheim, storico dominus di Lazard e soprannominato “le parrain” della finanza parigina, e chiusa appunto da Donnet, un manager proveniente da una dinastia legata al rovere francese, tra querceti, vigneti e legname destinato alle barrique. Dai salotti di Place Vendôme alle querce dei grandi château, Generali è rimasta a lungo più vicina a Parigi e Bordeaux che all’Adriatico.

Una domanda ricorre oggi nei “cercles de pouvoir” della finanza francese: si tratta di un episodio isolato oppure, dopo molti anni, il capitalismo italiano ha ritrovato una capacità di aggregazione che sembrava smarrita? Da questo punto di vista, il ruolo di Carlo Messina, affiancato da Carlo Cimbri, è stato soprattutto quello di comprendere una questione troppo spesso trascurata nel dibattito europeo: non può esistere un autentico mercato unico dei capitali se i rapporti tra i grandi Paesi dell’Unione continuano a essere strutturalmente asimmetrici.

Paradossalmente, quindi, il consolidamento finanziario italiano potrebbe rappresentare la premessa per una migliore integrazione europea, a meno che, con un colpo di coda, Andrea Orcel di UniCredit non faccia saltare il progetto. Tuttavia, sarebbe un errore immaginare una Francia in ritirata. Se c’è una lezione è che Parigi può anche ridurre la propria esposizione nei salotti della finanza, ma tende a rafforzarsi nelle infrastrutture industriali. L’esempio più evidente è Edison, controllata da EDF dal 2012 e ormai pienamente integrata nella strategia energetica francese. Qualunque ipotesi futura di valorizzazione o di quotazione non cambierebbe il dato fondamentale: la Francia presidia oggi uno dei principali operatori energetici italiani.

Ma è nell’acqua, come ben sa Fabrizio Palermo di ACEA, e nei servizi ambientali e soprattutto nei rifiuti che si coglie meglio la direzione del movimento. Gruppi come Veolia e Suez hanno consolidato la propria presenza in un settore destinato a diventare sempre più strategico. Perché oggi il valore non risiede più soltanto nella raccolta dei rifiuti o nella gestione delle reti idriche, ma nel controllo dell’economia circolare, del recupero delle materie prime critiche e della valorizzazione energetica. Del resto, la Francia aveva già sperimentato con successo questa strategia nella moda e nel lusso. Molti marchi “Made in Italy” sono rimasti italiani nell’estetica, nella creatività e perfino nella comunicazione. Molto meno nei consigli di amministrazione.

Così, mentre il dibattito pubblico continuava a concentrarsi sulle banche, la Francia costruiva posizioni rilevanti in comparti capaci di generare flussi di cassa stabili e di incidere direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini. E la domanda da porsi non è se Parigi perderà la propria influenza in Generali. A meno che, come troppe volte è già accaduto, un aiutino non arrivi da quei settori della magistratura che, sin dai tempi del terrorismo, hanno guardato con particolare simpatia ai circoli parigini. La vera domanda è se la Francia stia progressivamente sostituendo una presenza finanziaria molto visibile con una assai più strategica.

Parigi raramente reagisce a una perdita di influenza tentando di recuperarla sul medesimo terreno. Più spesso cambia campo di gioco laddove ritiene di poter costruire vantaggi di lungo periodo. La difesa rappresenta il candidato naturale. Le filiere industriali sono già profondamente integrate e il recente affaticamento dell’asse franco-tedesco apre inevitabilmente spazi per nuovi equilibri europei. In questo contesto l’Italia, attraverso Leonardo, potrebbe assumere un ruolo ancora più centrale, secondo la visione che il ministro della Difesa Guido Crosetto sta portando avanti con determinazione, spesso in solitudine. Lorenzo Mariani, manager esperto, sopravvissuto alle scorribande dei vari Moretti, Profumo e Cingolani, sa bene che Leonardo dispone oggi delle dimensioni e delle competenze necessarie per contribuire alla costruzione di una vera filiera europea. Lo stesso vale per l’aerospazio, settore nel quale francesi e italiani condividono da anni programmi, tecnologie e piattaforme industriali.

Ancora più rilevante appare il capitolo energetico. La sicurezza degli approvvigionamenti, le infrastrutture e la crescente centralità del Mediterraneo nelle strategie di Eni rendono inevitabile una sempre maggiore interdipendenza tra i grandi operatori europei. Nella tecnologia e nella manifattura avanzata, invece, l’Italia continua a scontare ritardi che non dipendono dalla qualità delle imprese, ma dall’assenza di una strategia condivisa. MUR, MIMIT e MEF procedono spesso in ordine sparso, se non addirittura contrastandosi, mentre Francia, Germania e persino Canada investono da anni con determinazione nella trasformazione tecnologica delle rispettive economie. Da noi, oggi, la vera sfida consiste nel mobilitare una parte dell’enorme risparmio privato e istituzionale verso innovazione, venture capital, tecnologia e crescita industriale.

Insomma, sarebbe un errore leggere questa vicenda come una Waterloo francese. La Francia continua a disporre di un vantaggio che pochi Paesi europei possiedono: la continuità strategica. Il nucleare ne rappresenta l’esempio più evidente. A Parigi non è una politica di governo, ma una politica di Stato. Cambiano presidenti, maggioranze e ministri, ma nessuna delle principali forze politiche francesi ne mette realmente in discussione il ruolo. Ed è anche per questo che occorre guardare oltre gli equilibri del presente.

Tra le figure emergenti della politica francese spicca Jordan Bardella, che potrebbe ridefinire il profilo della Francia nei prossimi anni. Se un giorno dovesse approdare all’Eliseo, difficilmente guiderebbe una Francia meno ambiziosa. Più probabilmente rappresenterebbe una versione aggiornata della grandeur gollista: saldamente ancorata all’Occidente, ma determinata a difendere la propria autonomia strategica, industriale e militare. E forse è proprio questo, più ancora del destino di Generali, il pensiero che da qualche tempo attraversa le élites di Parigi. A Roma conviene attendere prima di stappare lo champagne.

Luigi Bisignani per Il Tempo 14 giugno 2026

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