
La politica, quando accelera, lo fa sempre tutta insieme. E quello che è successo nelle ultime ore dentro e attorno al governo di Giorgia Meloni ha il sapore di uno stravolgimento. La miccia è stata la sconfitta al referendum sulla giustizia. Non tanto per il risultato in sé, quanto per quello che ha rappresentato: un segnale di debolezza nei territori dove la maggioranza pensava di essere più solida. È lì che qualcosa si è incrinato. E da lì è partita la reazione, rapida, quasi nervosa. Chi frequenta i palazzi racconta di una premier furiosa come non la si vedeva da tempo, determinata a chiudere la partita senza lasciare strascichi.
Il primo a pagare è stato Andrea Delmastro, finito travolto da uno scivolone che lui stesso ha provato a ridimensionare con quel “sono stato sprovveduto” che, però, in certi momenti suona più come un’ammissione che come una difesa. Subito dopo è toccato a Giusi Bartolozzi, colpevole di aver evocato un “plotone di esecuzione” contro i magistrati nel mezzo della campagna referendaria. Due uscite che, prese singolarmente, potevano anche sembrare gestibili. Insieme, invece, hanno dato l’idea di un problema politico più ampio. Ma il vero snodo della giornata è arrivato quando il nome che ha iniziato a circolare nei corridoi non era più quello di un sottosegretario o di un capo di gabinetto, bensì quello di Daniela Santanchè. Non perché fosse coinvolta nella battaglia referendaria, ma perché le vicende giudiziarie che la riguardano, già pesanti, sono diventate improvvisamente incompatibili con il clima che si era creato. A quel punto la questione non era più politica in senso stretto, ma di opportunità.
Meloni ha provato a chiudere la partita in modo ordinato, chiedendo un passo indietro spontaneo. Le due grane giudiziarie sono significative, il ragionamento della Meloni, che ha deciso di tirare dritto soprattutto dopo la nota di martedì del ministero del Turismo sugli “appuntamenti confermati”. La resistenza dell’ormai ex ministra è durata qualche ora, tant’è che la mozione di sfiducia depositata dalla sinistra è stata notizia per una manciata di minuti. Come vi abbiamo anticipato, il passo indietro è arrivato nel pomeriggio.
Nel mezzo s’è vissuta una giornata di tensioni. Il dossier è stato affidato a Ignazio La Russa, amico della “Santa”, mentre Meloni volava verso Algeri. Nessuna trattativa. Il presidente ha informato la premier che sarebbe servita “qualche ora” per convincere il ministro. Santanchè non vuole essere accostata alla vicenda Delmastro da cui, si dice, siano arrivate direttamente le richieste di far dimettere lei nello stesso istante in cui lui avrebbe mollato per il caso bisteccheria. Il ministro non ci sta. Vuole separare le due questioni e infatti nel comunicato lo esplicita chiaramente e, soprattutto, rivendica la sua innocenza per vicende giudiziarie che riguardano fatti antecedenti all’azione di governo. Perché, si chiede Santanchè, difenderla fino ad oggi e poi costringerla al passo indietro? “Non è giusto, così si dà ragione a tutti quelli che mi hanno attaccato. Ma il punto è che io sono innocente e lo dimostrerò”, riporta il Corriere. “Ma siamo diventati un partito giustizialista in 24 ore?”, rilancia Repubblica.
Ed ecco il nuovo, fronte: il dopo. Chi prenderà quella poltrona, e soprattutto con quale equilibrio. Perché qui non si tratta solo di sostituire un ministro, ma di capire che direzione vuole prendere la maggioranza dopo uno scossone che ha messo in discussione la sua tenuta nei territori. I nomi che circolano raccontano proprio questo. C’è l’idea di riequilibrare geograficamente il governo, magari guardando al Sud per recuperare consenso dove il referendum ha lasciato il segno. C’è la tentazione di puntare su un profilo forte come quello di Luca Zaia, che garantirebbe solidità ma rischierebbe di riaprire il delicato gioco degli equilibri tra alleati. Sullo sfondo restano figure come Giovanni Malagò, mentre dentro Fratelli d’Italia si guarda a soluzioni più identitarie, da Gianluca Caramanna fino a profili tecnici come Elena Nembrini o Sandro Pappalardo. E poi c’è sempre l’opzione più politica di tutte: tenere per sé l’interim e decidere con calma.
Leggi anche:
Ma sotto il balletto dei nomi si muove qualcosa di più serio. Dentro Fratelli d’Italia c’è la consapevolezza che il problema non è solo chi siede al ministero, ma la qualità della classe dirigente. Se perdi proprio dove governi, dove hai sindaci e uomini di riferimento, significa che il consenso non è più automatico. Che qualcosa si è rotto nel rapporto con il territorio. E che non basta cambiare qualche pedina per sistemarlo.
Intanto al ministero della Giustizia Carlo Nordio prova a spegnere l’incendio. Lo fa rivendicando la continuità e respingendo le richieste di dimissioni con parole nette: “Non è previsto in nessun ordinamento che il ministro si dimetta a seguito dell’esito negativo del referendum, tanto più che la fiducia è già stata confermata dal governo e dalla presidente del Consiglio”. Tradotto: la linea non cambia, e la crisi non si allarga.
Resta però la sensazione che quella di ieri non sia stata una giornata qualunque, ma l’inizio di una fase diversa. Più nervosa, più selettiva, forse anche più rischiosa. Il premier ha scelto di reagire subito, tagliando senza troppi riguardi. È una strategia che può rafforzare la leadership, ma che espone anche a un rischio: quello di trasformare ogni scossone in una resa dei conti. E in politica, si sa, le rese dei conti non finiscono mai davvero.
Franco Lodige, 26 marzo 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).