Politico Quotidiano

Non si può arretrare

Il referendum chiude la stagione delle riforme, ma il governo non può tirare a campare: serve una svolta, a partire dalla legge elettorale

Giorgia Meloni Immagine generata da AI tramite DALL-E di OpenAI
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Il trionfo del No al referendum sulla giustizia lascia sul tavolo una domanda piuttosto scomoda per il governo guidato da Giorgia Meloni: e adesso? Perché il punto è tutto qui. Se ti giochi una partita sul terreno delle riforme e quella partita finisce male, non puoi far finta di niente. Non puoi archiviare il risultato con una scrollata di spalle e tornare alla gestione ordinaria, come se nulla fosse accaduto. Sarebbe l’errore più grande. E anche il più italiano, diciamolo.

La tentazione di vivacchiare, di tirare a campare fino alle prossime elezioni, è sempre fortissima, anche perchè è la via meno rischiosa. Soprattutto quando la strada si fa in salita, quando i dossier diventano scivolosi e quando ogni scelta rischia di scontentare qualcuno. Ma è esattamente questo il momento in cui un governo deve dimostrare di essere qualcosa di diverso dalla semplice amministrazione dell’esistente.

Il ko sul referendum, se vogliamo dirla tutta, segna forse la fine di una stagione. Non solo per i contenuti specifici della giustizia, ma per il clima politico che si portava dietro: l’idea che si potesse mettere mano in modo deciso a certi meccanismi, scardinare equilibri consolidati, rimettere al centro la responsabilità della politica. Quella spinta, oggi, appare indebolita. Eppure proprio per questo Meloni non può permettersi di arretrare. Anzi. Deve fare l’operazione più difficile che esista in politica: trasformare una sconfitta in un punto di ripartenza. Non con gli slogan, ma con i fatti. Non con le dichiarazioni muscolari, ma con scelte concrete, anche impopolari se necessario. Magari premiando quell’Italia produttiva che ha votato per il Sì a Nord-Est e che, tutto sommato, in quattro anni di governo non è che abbia ricevuto molto.

Il tempo, tra l’altro, non è un dettaglio. Le elezioni politiche sono dietro l’angolo: un anno passa in fretta, soprattutto quando si entra nella fase in cui ogni provvedimento viene letto in chiave elettorale. E allora la domanda diventa ancora più urgente: cosa lascia questo governo prima di presentarsi di nuovo agli italiani? Se la stagione delle grandi riforme rischia di essersi chiusa, ce n’è una che diventa ancora più centrale delle altre: la legge elettorale. Perché lì si gioca una partita che non riguarda solo il prossimo voto, ma l’assetto complessivo del sistema politico. Stabilità, governabilità, rappresentanza: parole abusate, certo, ma che diventano decisive quando il quadro si fa incerto.

Intervenire sulla legge elettorale oggi significa scegliere che tipo di Paese si vuole tra un anno. Significa decidere se continuare con un sistema che produce maggioranze fragili e compromessi infiniti, oppure provare a costruire un meccanismo che consenta agli elettori di sapere davvero chi governerà. Non è una questione tecnica, è una scelta politica nel senso più alto del termine. E qui Meloni si gioca molto. Perché finora ha costruito la propria credibilità sull’idea di essere diversa, di non accettare le logiche del rinvio continuo, del “poi vediamo”, del piccolo cabotaggio. Se adesso cedesse alla tentazione di galleggiare, quella promessa rischierebbe di svuotarsi.

Il punto, in fondo, è semplice. Governare quando tutto fila liscio è relativamente facile. Governare quando arriva una battuta d’arresto, invece, richiede coraggio e lucidità. Significa non farsi paralizzare dal timore di perdere consenso, ma avere la forza di indicare comunque una direzione. La vittoria del No non è la fine del governo. Ma può diventare l’inizio di una fase diversa, più complicata e più esigente. Una fase in cui non basterà più dire cosa non si vuole fare, ma sarà necessario dimostrare cosa si è davvero in grado di costruire. Ecco perché la strada è in salita. Ma è anche l’unica che vale la pena percorrere.

Franco Lodige, 24 marzo 2026

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