Oggi, a pochi giorni dal G7 di Évian e dalla conseguente boutade Trump-Meloni, si levano da più parti forti preoccupazioni per lo stato delle relazioni tra l’Italia e gli Stati Uniti. Persino il Quirinale, con un contatto diretto di Sergio Mattarella alla Presidente del Consiglio, ha manifestato attenzione dopo le parole dure del tycoon. La narrazione di alcuni su Trump pare essere cambiata verticalmente, evidenziando come il rapporto tra i due paesi si sia incrinato e come in questo modo l’Italia rischi di pagarne care conseguenze.
Fino a pochi mesi fa, però, il quadro era esattamente opposto. Quando Meloni manteneva un canale aperto e costruttivo con Trump (dopo la sua rielezione e soprattutto durante i primi passi del nuovo mandato americano) la stessa area politica che oggi mugugna e gran parte dei media mainstream la accusavano di essere troppo vicina al presidente USA. Si chiedeva a gran voce un distanziamento e si evocavano pericoli per la tenuta dell’Unione Europea, per il sostegno all’Ucraina, per i valori democratici del continente. Con Trump descritto solo come una minaccia esistenziale e Meloni come colei che, per ambizione personale o ideologia, rischiava di compromettere la posizione dell’Italia. Ora che la premier ha dimostrato attributi e autonomia, rispondendo con fermezza alle sue uscite personali, la preoccupazione improvvisamente riguarda il deterioramento del rapporto.
Questo cambio di registro è pazzesco. Non certamente un’analisi coerente degli interessi nazionali, tutt’altro: una logica di opposizione sistematica. Quando i rapporti erano sereni o persino proficui, bisognava romperli per Netanyahu, Gaza. Bisognava togliersi le ginocchiere, apostrofando qualcuno. Ora che si è verificato un’attrito (abbastanza prevedibile, conoscendo Donald) si grida allo scandalo e si addossa alla premier la responsabilità di una gestione fallimentare. In entrambi i casi, il bersaglio rimane lo stesso: Meloni. E l’unità e la vicinanza a un primo ministro ridicolmente attaccato sono durate da Natale a Santo Stefano, rivelandosi delle ipocrite dichiarazioni di facciata.
Ovviamente Meloni ha sempre perseguito una linea atlantista pragmatica. Ha difeso il dialogo con Washington senza rinunciare a posizioni autonome, come sul Medio Oriente o sulla necessità di una difesa europea più credibile. Ha partecipato anche a questo G7 con dignità, assumendo una posizione critica e coraggiosa contro Trump. Poi ha gestito lo scontro verbale senza fare drammi istituzionali e annunciando, un po’ come fece Papa Leone, di non voler più controribattere al presidente USA. Ha persino avuto il fegato di dire a Trump di occuparsi dei nemici dell’Occidente, non proprio a torto: basti guardare come i pasdaran stanno prendendo in giro la prima potenza mondiale con l’ennesimo accordo farsa.
La sinistra, invece, rosica anche questa volta e oscilla tra due narrazioni opposte a seconda di ciò che conviene per attaccare l’esecutivo. Una classe dirigente matura, anche se all’opposizione, dovrebbe anteporre la tenuta nazionale alle piccole vittorie del proprio campo. Ma la sinistra non è matura e sa di non esserlo. E dunque via con la crocifissione di Meloni, prima serva e ora matta antiamericana.
Alessandro Bonelli, 21 giugno 2026
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