
La parola “dimissioni” si sposa con “opposizioni”, che infatti la pronunciano di continuo, tanto da renderla praticamente innocua. Non c’è alcun motivo perché questo governo si debba dimettere. Un governo si dimette solo quando non ha più l’appoggio della maggioranza parlamentare che lo ha insediato, e non c’è neppure il minimo indizio che quello guidato da Giorgia Meloni si trovi in questa condizione.
La maggioranza di centrodestra è solida, il che non vuol dire che non si trovi a dover affrontare problemi assai seri e di difficile soluzione, a partire da quelli che riguardano l’economia reale in seguito alle note crisi internazionali. Problemi, sia chiaro, che resterebbero tali con qualsiasi altro esecutivo: non è che se domani mattina il duo Schlein-Conte, piuttosto che Monti-Draghi, prendesse in mano il Paese, la benzina o le bollette energetiche costerebbero un euro in meno; non è che con un premier e con una maggioranza diversi dall’attuale le guerre finirebbero, e neppure cambierebbe il Presidente degli Stati Uniti.
I problemi di cui soffriamo non sono figli di scelte scellerate di questo governo. Anzi, se domani a qualcuno in Italia venisse in mente di mandare a quel paese l’America, come qualcuno chiede di fare a Giorgia Meloni, ci troveremmo ad affrontare questioni ben più gravi in tutti i campi.
Può essere che, in nome del principio “piove governo ladro”, le oggettive difficoltà vengano a prescindere messe sul conto di chi governa, ma sarà una decisione che spetterà solo e soltanto agli elettori. Di più: un cedimento alle pressioni delle opposizioni sarebbe visto come una fuga dalle responsabilità. Alle elezioni politiche manca poco più di un anno: non c’è motivo di non giocarsela fino alla fine.
Alessandro Sallusti, 7 aprile 2026
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