Andrea Pucci ha coniato la battuta migliore del suo repertorio: “Rinuncio a Sanremo”.
Una grassa risata in faccia a rosiconi, invidiosi e fanatici che vedono fascisti ovunque che avevano iniziato il tiro al bersaglio – anche contro la sua famiglia – dopo l’annuncio che sarebbe stato lui, comico fuori dal coro dei comici servi del pensiero unico, a co condurre il Festival della canzone.
Geniale, direi, uno schiaffo ai colleghi che venderebbero la madre pur di salire su quel palco, a tutti coloro che accecati dall’odio non sanno neppure più ridere. Già, Pucci è un comico irriverente come dovrebbe essere un artista di quel genere, è un uomo libero al punto di non dichiarasi, addirittura non essere, di sinistra come lo sono tutti i suoi colleghi che negli anni si sono alternati al Festival recitando il copione classico che prevede di insultare solo chi di sinistra non è, di mettere in scena una comicità – si fa per dire – politicamente corretta.
Alla pari di quelli di Beppe Grillo, quello di Pucci è un fragoroso vaffa liberatorio per tutti noi: che ci torni la Littizzetto all’Ariston, che non fa ridere e ci costa un botto. Tutto ha un prezzo, quello della libertà e dignità di Pucci è troppo alto anche per le generose casse della Rai.
Alessandro Sallusti, 9 febbraio 2026
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