Politico Quotidiano

“Punita la resistenza palestinese”. Ora la Salis attacca la condanna per terrorismo

L'esponente di Avs difende Yaeesh in nome della “resistenza armata”, ma sembra ignorare la complessità del processo e il lavoro dei giudici

salis Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
Segui nicolaporro.it su Google CLICCA QUI
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

C’è un filo che unisce la politica italiana contemporanea: la sorprendente leggerezza con cui alcuni protagonisti pubblici scambiano un’aula di tribunale per un salotto ideologico. L’ultimo caso è quello di Ilaria Salis, che ha deciso di schierarsi apertamente a favore di Anan Yaeesh, condannato in primo grado a cinque anni e mezzo per associazione con finalità di terrorismo. Una sentenza complessa, discussa, arrivata dopo sei ore di camera di consiglio. Ma pur sempre una sentenza. Eppure, per la Salis, sembra che non sia la magistratura italiana a dover valutare i fatti, ma la narrazione politica.

Le sue parole sono chiarissime: “Esprimo profonda preoccupazione per la sentenza di primo grado a danno di #AnanYaesh (cinque anni e sei mesi), che di fatto equipara la resistenza palestinese al terrorismo. La resistenza, anche armata, all’occupazione illegale di un territorio – in particolare quando si rivolge contro le forze occupanti – è sempre legittima. È un principio fondante del diritto internazionale e del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Dovrebbe saperlo bene un Paese la cui storia è segnata dalla resistenza partigiana contro l’occupazione nazifascista. Condannare la resistenza significa invece rovesciare questi principi e cancellare il contesto in cui essa nasce. Significa ignorare la realtà politica della Palestina e della Cisgiordania, la natura coloniale dell’occupazione israeliana e l’odioso ruolo giocato dagli insediamenti illegali. I palestinesi hanno pieno diritto a difendersi dall’occupazione e dalla violenza dei coloni. Solidarietà ad Anan Yaesh. #FreePalestine”.

Un intervento politico durissimo, che però stride con ciò che è accaduto davvero nelle aule giudiziarie. Anan Yaeesh non è stato giudicato in base a un post social, ma al termine di un processo avviato dopo una richiesta di arresto provvisorio da parte di Israele, datata 24 gennaio 2024. La richiesta di estradizione era stata poi respinta il 12 marzo, perché la Corte italiana temeva “trattamenti crudeli, disumani o degradanti” e “gravi violazioni dei diritti umani”. A quel punto la Procura dell’Aquila ha aperto un procedimento tutto italiano, coinvolgendo anche Irar e Doghmosh, poi assolti. Durante il dibattimento, la difesa ha contestato l’impianto accusatorio: secondo i legali, non sarebbero emersi elementi diretti che attribuissero a Yaeesh atti violenti contro civili, mentre per gli altri due imputati molte contestazioni erano basate su traduzioni di chat in arabo che, a detta delle difese, presentavano gravi dubbi interpretativi. Hanno chiesto l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”, e solo in subordine una riduzione della pena.

Leggi anche:

La Procura aveva chiesto una condanna molto più severa: dodici anni per Yaeesh, nove per Irar, sette per Doghmosh. La Corte d’Assise, presieduta da Giuseppe Romano Gargarella, ha invece scelto una via diversa: condannare solo Yaeesh, ma a una pena dimezzata rispetto alle richieste dell’accusa. Una decisione che ha provocato reazioni fortissime in aula da parte dei manifestanti filo-palestinesi.
E qui torniamo alla Salis. Il punto non è limitarsi a esprimere un’opinione politica — sacrosanto diritto — ma dichiarare pubblicamente la “solidarietà” a un imputato appena condannato per finalità di terrorismo, spiegando che la resistenza armata è “sempre legittima”. Un’affermazione che rischia di rovesciare la logica dello Stato di diritto: non è la politica a stabilire cosa sia terrorismo e cosa no, ma la magistratura, sulla base di prove, atti, testimonianze, controperizie, non di slogan.

Certo, si può discutere della qualificazione giuridica dei fatti contestati — lo stesso processo lo ha fatto — e nessuno impedisce un dibattito serio sulla questione israelo-palestinese. Ma ridurre un procedimento penale italiano alla semplice equazione “resistenza legittima = condanna ingiusta” significa ignorare la complessità del caso, i dubbi emersi, le assoluzioni ottenute dagli altri imputati e persino la prudenza mostrata dalla Corte nel mitigare la pena rispetto a quanto chiesto dalla Procura.

Il risultato finale è un paradosso visibile a occhio nudo: mentre i giudici decidono, c’è chi preferisce trasformare un processo in un palco ideologico. E a rimetterci, ancora una volta, è il dibattito pubblico, che avrebbe invece bisogno di lucidità, non di proclami.

Franco Lodige, 17 gennaio 2026

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it
L'inferno è pieno di buone intenzioni

SEDUTE SATIRICHE

Il mare della memoria - Vignetta del 30/05/2026 - Sedute Satiriche di Beppe Fantin

Il mare della memoria

Vignetta del 30/05/2026