Politico Quotidiano

Quel dato elementare che Di Matteo ignora (o finge di ignorare)

La scorciatoia morale sul referendum sulla giustizia: quando mancano gli argomenti, si evocano puntualmente massoni e mafiosi

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Quando un magistrato con il prestigio e la storia di Nino Di Matteo sceglie di affermare che “assieme alle persone perbene che voteranno Sì ci saranno anche i massoni, i grandi architetti del sistema corruttivo e i mafiosi”, non siamo più di fronte a una semplice opinione personale, ma a un’affermazione che poggia su premesse profondamente viziate. È legittimo che chiunque, anche un magistrato, esprima un giudizio politico. Ma utilizzare parole come “mafiosi” in modo suggestivo, senza ancorarle con precisione alla realtà normativa e ai fatti, significa alimentare confusione in un dibattito già di per sé complesso e delicato.

La legge italiana è chiara: non tutti i condannati perdono automaticamente il diritto di voto. Tuttavia, chi è condannato con sentenza definitiva a pene che comportano l’interdizione dai pubblici uffici – perpetua o temporanea – perde, per tutta la durata dell’interdizione, sia l’elettorato attivo sia quello passivo ed è altresì cancellato dalle liste elettorali, secondo quanto previsto dal Testo unico sull’elettorato attivo. Non è un’opinione personale: è un effetto giuridico espressamente stabilito dalla normativa vigente.

Le pene accessorie, come l’interdizione dai pubblici uffici, derivano, tra l’altro, da condanne all’ergastolo o a pene detentive di particolare gravità. In questi casi specifici al condannato non è consentito votare. La perdita del diritto di voto è un effetto preciso, collegato a determinate condizioni di condanna. Evocare genericamente “i mafiosi” come corpo elettorale schierato significa, dunque, ignorare – o fingere di ignorare – questo dato elementare.

Al di là dei tecnicismi, resta un punto politico dirimente: non esiste un “esercito di mafiosi” pronto a sostenere in blocco il fronte del Sì. Esiste, piuttosto, un uso strumentale del linguaggio. Si scelgono parole ad altissimo impatto emotivo, le si collocano nel discorso pubblico e si lascia che producano un effetto di contaminazione morale: se voti Sì, voterai insieme ai mafiosi. È un messaggio insinuato, non dimostrato. Ed è proprio questa ambiguità a renderlo scorretto.

Qui sta il nodo. Quando Di Matteo utilizza la propria autorevolezza per evocare pericoli indimostrati, non arricchisce il confronto: lo inquina. E lo fa, non a caso, in una fase in cui il fronte del No fatica a imporsi sul piano strettamente argomentativo. Se le ragioni fossero solide e autosufficienti, del resto, non ci sarebbe bisogno di chiamare in causa mafia e massoneria per rafforzarle.

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Il confronto sulla giustizia è legittimo, anzi necessario. Si possono criticare i quesiti, contestarne l’impianto, metterne in luce i rischi. Ma trasformare milioni di cittadini intenzionati a votare Sì in potenziali “compagni di merende” di mafiosi e massoni non è un’argomentazione: è una delegittimazione. E, da parte di un magistrato, pesa il doppio, perché investe direttamente il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini.

C’è poi un’evidente contraddizione che non può passare inosservata. Nel 2019, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, lo stesso Di Matteo denunciava la degenerazione correntizia nella magistratura, arrivando a sostenere che l’appartenenza a una cordata fosse “l’unico mezzo per fare carriera e avere tutela” e che tale logica fosse “molto vicina alla mentalità e al metodo mafioso”. Parole durissime, rivolte all’interno dell’ordine giudiziario. Allora il paragone con la mafia era uno strumento di denuncia; oggi, invece, diventa un’arma polemica contro una parte dell’elettorato.

Ma questo, sia chiaro, non è rigore morale. È un doppio standard che finisce per minare proprio quell’autorevolezza che si vorrebbe difendere.

In democrazia si può e si deve dissentire. Ma chi ha servito lo Stato in prima linea contro la criminalità organizzata dovrebbe essere il primo a usare le parole con precisione chirurgica, non con approssimazione suggestiva. Evocare la mafia senza fondamento non rafforza la giustizia: la banalizza, la svilisce e la trasforma in un mero strumento retorico.

E se per sostenere il No occorre insinuare che il Sì sia il voto dei mafiosi, allora il problema non è la riforma. È la fragilità di una posizione che, non riuscendo a convincere nel merito, sceglie puntualmente la scorciatoia più facile: colpire l’altra parte sul piano morale.

Salvatore Di Bartolo, 3 marzo 2026

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