Politico Quotidiano

Quel Tfr malandrino: Landini predica bene, ma razzola male

Dal palco contro il governo al conto pignorato: quella lite col dipendente che imbarazza la CGIL

Landini
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

L’ultima fotografia che arriva da Corso Italia non è quella di un leader sindacale in piazza con il megafono, ma quella — molto meno epica — di un conto corrente pignorato. E non a causa di qualche oscuro cavillo amministrativo, bensì per non aver pagato il Tfr a un proprio dipendente nonostante una sentenza definitiva.

Protagonista della vicenda è Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, l’uomo che negli ultimi anni ha riempito le piazze contro il governo di Giorgia Meloni in nome della “difesa dei diritti” e, soprattutto, dell’intangibilità del Tfr dei lavoratori. “Il Tfr è mio”, tuonava nelle scorse settimane il leader del sindacato rosso riferendosi alla proposta, avanzata da esponenti dell’esecutivo, di utilizzarlo come anticipo pensionistico. “Non può essere sostitutivo, deve essere aggiuntivo”. Parole scolpite nella retorica sindacale.

Peccato che, quando si è trattato di riconoscere quei soldi a un dirigente storico del suo sindacato, la musica sia radicalmente cambiata. La vicenda nasce nel 2015, quando l’ex dirigente — dopo aver guidato per anni l’ufficio legislativo nazionale della Cgil — va in pensione e definisce un accordo di uscita. All’improvviso, però, il sindacato nega il pagamento del trattamento di fine rapporto, sostenendo che non ne avesse diritto in ragione dell’inquadramento contrattuale e della natura fiduciaria dell’incarico.

Inizia così un contenzioso lungo quasi un decennio. Nel 2016 il Tribunale del lavoro dà ragione al lavoratore e condanna la Cgil al pagamento di oltre 52mila euro, più spese legali. In seguito, in un diverso grado di giudizio, la decisione viene ribaltata e il dipendente è condannato a rifondere circa 7mila euro di spese. La battaglia prosegue in appello e, nel 2018, la sentenza torna a favore del lavoratore: il Tfr va corrisposto. A quel punto il sindacato decide di ricorrere in Cassazione.

Il 12 dicembre 2023 la sezione Lavoro della Corte di Cassazione chiude definitivamente la partita: ricorso respinto e condanna della Cgil al pagamento di circa 92mila euro. Una sentenza passata in giudicato, che non lascia margini interpretativi.

Eppure, per due anni, nulla. Nessun bonifico. Nessuna iniziativa per chiudere la partita. Al punto che si rende necessario un decreto ingiuntivo e, infine, il pignoramento di oltre 190mila euro dal conto del sindacato presso Monte dei Paschi di Siena, comprensivi di capitale, interessi e spese, per arrivare al saldo effettivo di circa 96mila euro in favore dell’ex dirigente.

È qui che il paradosso diventa politico prima ancora che giuridico.

Maurizio Landini è lo stesso leader che proclama scioperi generali, che accusa il governo di attentare ai diritti dei lavoratori, che si erge a custode morale del lavoro. Blocca l’Italia in nome della giustizia sociale. Ma quando la giustizia — quella vera — impone di pagare il Tfr a un suo dipendente, si tira indietro. Insomma, il segretario del sindacato rosso predica fin troppo bene ma razzola decisamente male.

E, sia chiaro, non è soltanto una questione di coerenza personale. È una questione di credibilità pubblica. Un sindacato vive di autorevolezza morale prima ancora che di tessere. Se chi guida la principale organizzazione dei lavoratori italiani non rispetta fino in fondo una sentenza definitiva che tutela un lavoratore, con quale forza può salire su un palco e accusare altri di comprimere diritti?

La vicenda racconta qualcosa di più profondo: una distanza crescente tra la retorica e la pratica. Tra il megafono e il bonifico. Tra il fragore delle piazze e il silenzio dopo le sentenze. Restituisce l’immagine di un leader che dispensa lezioni etiche al Paese mentre, nella gestione interna, si comporta come il più spregiudicato dei datori di lavoro.

Leggi anche: 

Il punto non è il contenzioso in sé — ogni organizzazione può, prima o poi, finire in tribunale. Il punto è ciò che accade dopo una sentenza definitiva. Se un imprenditore privato si fosse comportato allo stesso modo, quanti comunicati indignati avremmo letto? Quante manifestazioni di piazza? Quanti slogan contro il “padrone” che sfrutta ma non paga?

Ed è qui il paradosso diventa totale, perché in questo caso il “padrone” è il sindacato e il lavoratore è uno dei suoi dirigenti.

La lezione che si può trarre è semplice e, al contempo, brutale: la coerenza non si proclama, si dimostra. Perché quando chi guida le proteste contro le “ingiustizie” finisce per resistere a una sentenza che tutela un proprio dipendente, ogni sciopero perde forza, ogni comizio perde credibilità, ogni invettiva appare meno sincera e più ideologica. Diventa allora inevitabile chiedersi: con quale autorità morale si può chiedere al Paese ciò che non si è stati disposti a fare in casa propria?

Salvatore di Bartolo, 27 febbraio 2026

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Lo sapevi che...

Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra

Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it
L'inferno è pieno di buone intenzioni

SEDUTE SATIRICHE

Campo larghissimo mondiale - Vignetta del 17/05/2026 - Sedute Satiriche di Beppe Fantin

Campo larghissimo mondiale

Vignetta del 17/05/2026