
Attraverso un video pubblicato da “Società civile per il No”, lo storico Alessandro Barbero ha espresso la sua opposizione al referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia, previsto per il 22 e 23 marzo 2026. Con il suo eloquio accattivante, Barbero avverte che la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri rischierebbe di porre i magistrati agli ordini del governo, trasformando l’Italia in un meglio precisato “Stato autoritario”. Una tesi totalmente infondata che rivela profonde contraddizioni e una sempre più evidente faziosità nel pensiero di un intellettuale un tempo celebrato per la sua imparzialità.
Barbero, noto per le sue lezioni sul Medioevo e per un approccio (un tempo) super partes alla storia, sembra ora aver abbracciato una narrazione di parte, tipica della sinistra italiana, e lo fa anche su un referendum tecnico e non politico, dipingendolo come un attacco all’indipendenza giudiziaria.
Peccato che i fatti dicano altro e che la misura non subordini un bel nulla; istituisce invece due Consigli Superiori della Magistratura (CSM) separati: uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri. Inoltre i componenti togati saranno estratti a sorte tra i magistrati eleggibili, riducendo il peso delle correnti associative interne alla magistratura, tagliando così favoreggiamenti e salti di carriera decisi dalla casta. Viene creata un’Alta Corte disciplinare, unica per entrambe le categorie, con membri laici nominati dal Parlamento. Infine, si vietano i passaggi tra funzioni giudicanti e requirenti, imponendo concorsi distinti fin dall’ingresso in magistratura. Insomma, un processo naturale di evoluzione del potere giudiziario con l’unico obiettivo di evitare commistioni che hanno generato distorsioni nel sistema giudiziario, come l’eccessiva politicizzazione delle procure.
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Barbero sostiene che questo setup aumenterebbe il “peso della politica” nei CSM, rendendo i magistrati succubi dell’esecutivo. Ma qui emerge la prima contraddizione: la riforma non altera il ruolo dei laici nei CSM, già previsti dalla Costituzione attuale e nominati dal Parlamento (non dall’esecutivo, Barbero!). Come ha spiegato il ministro Nordio in interviste recenti, la separazione mira a ripristinare l’equilibrio tra poteri, impedendo che i PM operino in simbiosi con i giudici. Non c’è traccia di presunti ordini dal governo: gli articoli della Costituzione che garantiscono l’indipendenza dei magistrati rimangono intatti nel suo nucleo.
Una seconda contraddizione sta nell’iperbole autoritaria. Barbero evoca scenari da regime, ma dimentica che separazioni simili esistono in democrazie consolidate come Germania e Francia, senza che ciò abbia prodotto magistrature asservite. In Italia, al contrario, l’unità delle carriere ha favorito scandali come Palamara, dove le correnti magistratuali hanno influenzato nomine e processi con logiche partitiche. Sostenere il “no” per paura di un controllo esecutivo significa, paradossalmente, difendere un sistema che ha già mostrato vulnerabilità alla politicizzazione interna. Barbero, che in passato ha criticato l’eccesso di potere giudiziario, ora lo idealizza allineandosi a una sinistra che vede complotti ovunque.
Infine, la contraddizione più evidente è personale. Barbero era visto come uomo di cultura super partes. Oggi, propagando concetti spiccioli e populisti senza approfondire, appare come un intellettuale militante. In passato ha sostenuto cause progressiste sgangherate, dal M5S alle critiche al capitalismo, ma qui arriva a sacrificare la sua autorità per una battaglia ideologica, e forse sarà davvero la pietra tombale sulla sua credibilità da intellettuale non schierato. Un vero peccato.
Alessandro Bonelli, 19 gennaio 2026
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