Premessa doverosa: l’attentato del 16 ottobre 2025 è un fatto reale e grave, e Valter Lavitola ne è il reo confesso mandante. Su questo nessuna ironia. Ma un conto è la vittima di una bomba, un altro è il personaggio che, da quella vicenda, ha edificato un simulacro di martirio permanente, esibito come credenziale. Lo ha fatto all’indomani dell’Attentato e reitera la vittimizzazione anche adesso, allorquando emerge che il medesimo attentato è stato architettato con una finalità degna di un caso di False Flag funzionale alla sua discesa nell’agone politico.
Ranucci è, nel medesimo istante, uno dei giornalisti più protetti e potenti del Paese, trent’anni di servizio pubblico alle spalle, e il perseguitato che si racconta assediato da ogni lato. Le due cose non coesistono senza una robusta dose di doppiezza intellettuale gonfiata dalla protervia di equipararsi a Falcone e Borsellino.
La contabilità che non torna
Il martire esibisce i suoi numeri come stimmate: “2.800 articoli in due mesi”, propedeutici alla sua rimozione. Peccato che dal palco di Asiago lo stesso Ranucci parli di “200 articoli al giorno per due mesi e mezzo”: sarebbero circa 15.000. Delle due una: o sono 2.800, o sono 15.000. Non è un dettaglio: è uno scarto di un fattore cinque. Un martire che non sa contare le frecce che lo trafiggono e che nessun conteggio indipendente è in grado di verificare.
L’accusa che non si verifica
“Due terzi pieni di falsità”, sentenzia a proposito dei summenzionati articoli. Ma su quali faccia riferimento non è dato sapere, la risposta è tetragona: “non posso perdere tempo a smentire ogni cosa”. Il vittimismo perfetto è quello incontrollabile: accusa migliaia di articoli senza indicarne uno, e chi osa chiedere chiarimenti o evidenze è, ipso facto, parte attiva del complotto.
Il bagno di folla come liturgia
“Grazie per essere qui nonostante abbia perso la credibilità”: l’understatement che è in realtà un’incoronazione. Ogni critica, comprese le contestate accuse della collega Camuso, viene obliterata e riassorbita nella stessa trama: non un caso da chiarire, ma un tassello della persecuzione. Tutto converge, nulla scalfisce.
Il vittimismo protervo ha una funzione precisa: convertire una decisione editoriale della Rai in un attacco alla libertà di stampa tout court, e ogni obiezione in complicità col potere. Ma la libertà di stampa non coincide con l’inamovibilità di un conduttore, e il dissenso non è un agguato. È la dialettica ipocrita di chi non discute mai il merito dell’obiezione, ma sempre la legittimità di chi la solleva. Novello Sant’Agostino contro Giuliano «Tu non sei degno di muovermi tali accuse».
Il martirio a numero chiuso, gonfiato e incoerente, non aiuta la causa: la banalizza. Chi grida al lupo con cifre che non reggono, il giorno in cui il lupo arriva davvero, non verrà creduto da nessuno.
Giulio Galetti, 31 agosto 2026
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