
Si sta facendo, credo volutamente, molta confusione sulla raccolta firme per il referendum costituzionale. L’articolo 138 della Costituzione, stabilisce che un referendum per una riforma costituzionale, si renda necessario nel caso in cui la nuova legge non sia stata approvata dalla maggioranza qualificata dei due terzi dei parlamentari, ma solo con la maggioranza assoluta della metà più uno. E’ il caso di questa riforma. Il referendum, dice sempre l’articolo 138 della Costituzione, può essere chiesto o tramite la raccolta di 500mila firme o tramite richiesta di un quinto dei parlamentari o tramite richiesta di cinque consigli regionali.
La legge è stata approvata il 30 ottobre scorso. Già nell’immediatezza, ben quattro richieste di referendum confermativo, due delle quali da parte dell’opposizione di governo, sono state avanzate da un totale di 314 parlamentari, avviando l’iter previsto che ha portato il consiglio dei ministri a fissare la data della consultazione per il 22 e 23 marzo. Tutto esattamente come previsto dalla Costituzione.
Tuttavia, e solo il 22 dicembre, cioè più di un mese e mezzo dopo l’approvazione della legge, in modo abbastanza incomprensibile, essendoci già la richiesta di un quinto dei parlamentari e soprattutto l’ordinanza della Cassazione, è stata avviata la raccolta delle firme. È bene capire e precisare che questa raccolta firme è del tutto superflua, non sposta nulla, non incide in alcun modo sull’iter costituzionale che, fin qui, è stato rispettato. E’ anche vero che, in passato, le riforme costituzionali, quelle non approvate a maggioranza qualificata e quindi passate per referendum, sono passate anche attraverso la raccolta firme: ma in quel caso perché lo strumento utilizzato per la richiesta di referendum era stato anche quello. Tutto qui. Non c’è nessuna distorsione della volontà popolare, tanto più che la richiesta alla base della raccolta firme, cioè l’indizione del referendum, è stata già esaudita, appunto per il 22 e 23 marzo.
Ma c’è di più. Nella realtà il governo si è preso tutto il tempo possibile per indire il referendum e per capirlo basta leggere il decreto del presidente della Repubblica con cui viene indetta la data del 22 e 23 marzo per la consultazione. Mattarella, infatti, richiama la legge 352/1970, in base alla quale il referendum deve essere indetto entro 60 giorni dalla data della sua ammissione: l’ordinanza della Corte di Cassazione è del 18 novembre, la scadenza dei 60 giorni è quindi il 17 gennaio, il governo ha indetto il referendum il 12, quindi 5 giorni prima del limite massimo.
Non si vede onestamente tutta questa fretta. Ancora meno urgenza, la si è avuta nel fissare la data del referendum: sempre Mattarella riporta che, per la legge già citata, questa debba essere fissata per una domenica compresa fra il 50º e il 70° giorno dalla data del decreto di indizione. Ora, il decreto del presidente della Repubblica riporta la data del 13 gennaio, i cinquanta giorni decorrono dal 4 marzo, i settanta scadono il 24 marzo: il giorno dopo la data in cui il referendum è stato fissato. In pratica, è stato fissato per l’ultima domenica utile prevista dalla legge. Tradotto in date, volendo il governo avrebbe potuto fissare la data per l’8 marzo, prima domenica utile dopo il cinquantesimo giorno: ha invece aspettato il 22 e 23 marzo, due settimane dopo, sfruttando il massimo del tempo a disposizione.
È evidente l’intenzione da parte di qualcuno di buttarla in caciara, facendo leva sulla poca conoscenza della materia da parte delle persone che, magari in buonafede, credono al sopruso o addirittura, come ho letto poco fa, al fatto che queste firme servano per fare un referendum, non ho capito se addirittura un altro, contro la riforma. In tal senso, è utile ricordare che non si può intervenire su una legge di rango costituzionale con un referendum abrogativo: stupidaggini, insomma.
Nella peggiore delle ipotesi, invece, secondo quanto insinua qualcuno, c’è la volontà di accedere ai rimborsi previsti per i comitati promotori dalla legge 157 del 1999. Curiosamente, analogo sospetto venne avanzato dal Codacons in occasione del referendum costituzionale del 2016: anche lì, infatti, la raccolta firme venne avanzata nonostante esistesse già la richiesta di un quinto dei parlamentari. Per come la vedo io, che sia un caso o un altro, è una condotta abbastanza discutibile.
Guglielmo Mastroianni, 16 gennaio 2026
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