
C’è un meccanismo perverso nel sistema giudiziario italiano: l’indagine preliminare produce effetti irreversibili molto prima di qualsiasi sentenza definitiva. Quattro casi, quattro decenni, quattro patologie a sedici giorni dal referendum sulla giustizia.
1. Tortora, il mostro in prima pagina
17 giugno 1983, ore 4:30. I carabinieri bussano all’Hotel Plaza di Roma. Enzo Tortora, il volto più amato della televisione italiana, viene arrestato per traffico di droga e appartenenza alla Nuova Camorra Organizzata. Le prove? Diciannove dichiarazioni di pentiti, alcuni condannati per omicidio. Una rubrica sequestrata a un camorrista riportava un nome simile al suo: era Tortona, commerciante di bibite di Salerno. Nessuno si preoccupò di chiamare il numero per verificare, lo fece Vittorio Feltri e lo scrisse sul Corriere della Sera, ma senza risultati apprezzabili.
I giornali lo fotografarono in manette, gli italiani si divisero, e il 17 settembre 1985 arrivò la condanna: dieci anni di carcere. Poi, in appello, ogni testimonianza risultò falsa, costruita per ottenere sconti di pena. Il 15 settembre 1986 fu assolto con formula piena, confermata dalla Cassazione nel giugno 1987. Giorgio Bocca definì la vicenda “macelleria giudiziaria all’ingrosso”. Tortora tornò in TV, pronunciò il suo “Dove eravamo rimasti?” e morì di tumore un anno dopo. Nessun magistrato fu mai perseguito disciplinarmente. Anzi… il PM del processo, Diego Marmo, terminò la sua carriera ai vertici come Procuratore Capo.
2. Palamara: il sistema autogestito
29 maggio 2019. Esplode uno scandalo che gli addetti ai lavori conoscono bene. Luca Palamara, ex presidente dell’ANM e già consigliere del CSM, è indagato a Perugia per corruzione. Le intercettazioni via trojan rivelano qualcosa di più devastante: magistrati e parlamentari si ritrovano di notte all’Hotel Champagne di Roma per decidere le Nomine nelle principali procure italiane, con logica identiche al Manuale Cencelli. Presenti cinque consiglieri del CSM e i parlamentari Luca Lotti e Cosimo Ferri. Palamara fu radiato dalla magistratura nel 2021. I cinque consiglieri vennero sospesi, ma le sanzioni (miti) divennero esecutive solo nel 2024, nel frattempo continuarono a esercitare il loro magistero.
Leggi anche:
3. Ilaria Capua: la scienza diventa reato
Aprile 2014. L’Espresso titola in copertina “Trafficanti di virus”. Ilaria Capua, virologa e deputata, pioniera dell’open-source scientifico riconosciuta a livello internazionale, risulta iscritta nel registro degli indagati per associazione a delinquere, traffico di virus ed epidemia. Le indagini partirono nel 2006 dalla Procura di Roma: normali scambi di campioni tra laboratori, prassi standard nella sorveglianza epidemiologica globale, erano stati letti come traffico illecito. Un PM in cerca di visibilità (Giancarlo Calaldi) mette al corrente dell’indagine il noto rimestator di fango (Marco Lillo dell’Espresso) che da il via a un campagna diffamatoria virulenta, nei confronti di una delle menti più brillanti della virologia internazionale.
Dieci anni di inchiesta, nessuna perizia scientifica seria. Il 5 luglio 2016 il GIP di Verona sancì il non luogo a procedere “perché il fatto non sussiste”. Capua, a seguita di questa vergognosa accusa infamante, lasciò l’Italia e si trasferì in Florida, dove diresse il One Health Center dell’University of Florida. Cervello in fuga, a causa dalla gogna mediatica italiana.
4. Giuseppe Gulotta: 22 anni di carcere da innocente
Nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1976 due carabinieri, furono uccisi nella caserma di Alcamo Marina. Pochi giorni dopo gli investigatori arrestarono Giuseppe Gulotta, appena 18enne. Durante gli interrogatori il ragazzo firmò una confessione che lo indicava come responsabile della strage. Poco dopo però ritrattò dichiarando che quella confessione era stata ottenuta con violenze e pressioni durante gli interrogatori. Nonostante le ritrattazioni, le confessioni furono ritenute attendibili e Gulotta si beccò l’ergastolo. Trascorse 22 anni tra carcere e misure restrittive, continuando a proclamarsi innocente.
La svolta arrivò nel 2008, quando l’ex carabiniere Renato Olino, presente agli interrogatori nel 1976, testimoniò che gli arrestati erano stati pestati e costretti a confessare. Il 13 febbraio 2012 la Corte d’Appello di Reggio Calabria pronunciò l’assoluzione piena: il fatto non sussiste. Dopo 36 anni di vicenda giudiziaria, lo Stato italiano riconobbe l’errore giudiziario e Gulotta ricevette un risarcimento di circa 6,5 milioni di euro. Il suo caso è considerato uno dei più gravi errori giudiziari della storia della Repubblica italiana.
In Italia, essere indagati equivale a essere già condannati. I media amplificano, le carriere crollano, le reputazioni non si ricostruiscono. I responsabili degli errori, quasi sempre, continuano a lavorare impuniti, o addirittura promossi.
Giulio Galetti, 7 marzo 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).