Referendum, il governo beffa i giuristi . E meno male: legulei del cavolo

Il motivo per cui il voto sulla riforma della giustizia rischiava di slittare è folle. Mattarella verso l'ok alla scelta del Cdm

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Meloni forze armate

La data del referendum non cambierà. Il governo, grazie – pare – ai consigli del Quirinale, sarebbe riuscito a disinnescare il trappolone che alcuni giuristi speravano di aver piazzato sulla strada della riforma della Giustizia. Il Consiglio dei ministri, dopo la decisione di ieri della Corte di Cassazione sul ricorso per un nuovo quesito, ha confermato la data della consultazione, banalmente integrando la domanda con quanto richiesto dai 15 giuristi promotori dell’iniziativa per il No firmata da 500mila cittadini.

E infatti, secondo l’Ansa, «nelle prossime ore Mattarella dovrebbe firmare il nuovo decreto sul referendum». Il presidente riterrebbe infatti la soluzione individuata – cioè quella di modificare il testo senza cambiare la data – quella giuridicamente più corretta, anche alla luce dell’ordinanza di ieri della Cassazione. Inoltre, le schede non erano ancora state stampate, quindi non si è dovuto nemmeno bruciare nulla.

Tutti felici e tutti contenti? No. I giuristi ieri si erano detti «in fiduciosa attesa della decisione del Consiglio dei ministri in merito alla fissazione della nuova data del referendum». Ma il governo li ha fregati. Nel caso di un nuovo decreto per indire il voto, infatti, ci sarebbe stata la necessità di ripartire con il conteggio dei 50 giorni di campagna referendaria previsti dalla legge. E quindi la data sarebbe slittata di un paio di settimane, vista la vicinanza con Pasqua.

Frigna ovviamente il Pd. «Prima non consentono al Parlamento di poter esercitare la propria funzione, poi fissano una data del referendum senza rispettare la raccolta firme di oltre 500 mila cittadine e cittadini italiani, poi sono costretti a modificare il quesito del referendum senza spostare la data fissata, con la solita tracotante arroganza di chi comanda e non governa – dice Debora Serracchiani –. Ora anche le accuse alla magistratura di aver semplicemente svolto il proprio lavoro, applicando la legge, e il lamento sulla presunta non imparzialità della stessa. Ancora una volta prevale la linea della prepotenza e della mancanza di rispetto per le istituzioni. Un’altra buona ragione per votare No».

Ma la verità è che spostare la data per una banale modifica del quesito sarebbe stata una follia bella e buona. Anche solo averci provato è il simbolo di un’Italia vecchia, destinata a soccombere nella propria burocrazia. Il regno dei legulei e degli azzeccagarbugli. Già: perché a noi, persone pragmatiche, basterebbe una domanda semplice semplice, del tipo: vuoi approvare la riforma della giustizia approvata dal Parlamento? Sì, no, boh. Fine.

Invece no. Il quesito originale era il seguente: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?». Secondo voi qualcuno conosce il testo della legge costituzionale? No. Ovviamente. Si conoscono i contenuti in generale, così come raccontati dai media. Come è giusto che sia. Ma ai promotori non bastava. Loro volevano il seguente quesito: «Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione, approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?». E così sarà.

Ma allora chiediamo a lorsignori: cambia qualcosa? No. Secondo voi la maggior parte degli elettori conosce gli articoli 87, 102, 104, 105, 106 e 107 della Costituzione? Ovviamente no. Ma nel regno dei legulei si cerca ogni inutile strada per provare a tirare acqua al proprio mulino. E mentre l’America veleggia sull’AI, noi ci azzanniamo su un quesito referendario.

Franco Lodige, 7 febbraio 2026

 

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