Politico Quotidiano

Referendum, perché la vera sfida è tra politica e casta

Lasciate stare la contrapposizione tra destra e sinistra. In ballo c'è molto altro. E arriva dal lontano 1992

immagine generata da AI tramite DALL-E di OpenAI
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

Chi continua a leggere il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo come l’ennesimo capitolo dello scontro tra centrosinistra e centrodestra dimostra di osservare la superficie senza tuttavia cogliere la profondità della frattura che attraversa il Paese. La vera linea di divisione non è infatti ideologica, bensì istituzionale: non risiede nell’eterno scontro tra progressisti e conservatori, ma tra politica e casta.

Per comprendere il peso della posta in gioco bisogna tornare indietro di un trentennio, agli anni di Tangentopoli, quando le inchieste giudiziarie di Mani Pulite finirono per travolgere l’intero sistema su cui si reggeva la Prima Repubblica. In quel frangente, la magistratura assunse un ruolo che andò ben oltre la funzione di controllo della legalità: divenne il fulcro di una transizione politica non governata dalle urne ma dalle procure. I partiti storici crollarono, la rappresentanza venne azzerata, la mediazione politica delegittimata.

Da allora si è sedimentato un nuovo equilibrio – o, per molti, uno squilibrio – tra i poteri dello Stato. La politica, indebolita e spesso screditata, ha progressivamente ceduto terreno. La magistratura, rafforzata dal consenso popolare e da un ruolo di supplenza morale, ha ampliato sensibilmente la propria influenza nel dibattito pubblico e nelle dinamiche istituzionali.

In questo quadro, il referendum assume un significato che va ben oltre i singoli quesiti tecnici. Diventa il terreno simbolico di una sfida assai più ampia, quasi epocale: ristabilire il primato della politica senza intaccare l’autonomia della magistratura; ridefinire i confini tra i poteri senza scivolare nella delegittimazione reciproca.

Accanto alla magistratura appare essersi consolidato un blocco di sostegno istituzionale e culturale: il Quirinale, una parte significativa dell’establishment ecclesiastico legato alla Chiesa cattolica, settori del sindacato come la CGIL e le forze politiche eredi della tradizione del Partito Comunista Italiano, oggi distribuite in varie sigle parlamentari di centrosinistra, tra cui Avs, M5S e componenti del Pd. Una costellazione che, a ben guardare, rappresenta la continuità di quell’assetto nato dopo il 1992.

Che si condivida o meno questa impostazione, il nodo è reale: quale deve essere l’equilibrio tra potere giudiziario e potere legislativo? In una democrazia parlamentare, il primato della politica non significa impunità né subordinazione dei giudici. Significa responsabilità piena davanti agli elettori, capacità di decidere e di riformare senza che ogni scelta venga vissuta come sospetta o potenzialmente criminale.

In questo senso, l’Italia paga ancora una fragilità strutturale: governi deboli, riforme incompiute, una fiducia intermittente nelle istituzioni. L’idea che il Paese sia “irriformabile” nasce anche da qui, da un equilibrio instabile che genera un conflitto permanente tra poteri. Il referendum, allora, diventa una prova di maturità collettiva: non una resa dei conti, ma un tentativo di chiarire i confini.

Se, dunque, la sfida è tra politica e quella che viene percepita come una “casta” post-Mani Pulite, la risposta può essere solo una riforma capace di ristabilire un equilibrio chiaro, trasparente e costituzionalmente solido. Perché la democrazia non si rafforza alimentando il sospetto permanente o sopprimendo sul nascere ogni embrione riformatore, ma nella chiarezza dei ruoli, nella responsabilità reciproca e nell’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Salvatore Di Bartolo, 23 febbraio 2026

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it
L'inferno è pieno di buone intenzioni