
Piccola riflessione, per provare ad andare oltre la riforma costituzionale. Nel 2005, procuratore nazionale antimafia era Piero Grasso, che nel 2013, al termine del suo mandato, viene eletto senatore nel Pd, centrosinistra. Diventerà anche presidente del Senato. Nel 2013, dopo Grasso, diventa procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, che ultimato il suo mandato nel 2017, dopo un giro come assessore regionale con De Luca in Campania, centrosinistra, diventa europarlamentare del Pd nel 2019, centrosinistra. Nel 2017, procuratore nazionale antimafia è Federico Cafiero De Raho, che al termine del suo mandato, diventa nel 2022 senatore del M5s, centrosinistra.
Quando ho fatto notare questo schema che si ripete da vent’anni, mi è stato risposto che probabilmente accade perché dall’altra parte, cioè nel centrodestra, son tutti indagati per mafia. A parte che non è così e grazie a Dio, persone degne si trovano ovunque, ma il punto a parer mio, paradossalmente, è proprio questo: a me cittadino, chi garantisce che le inchieste di mafia tocchino in stragrande maggioranza uno schieramento e non l’altro, proprio per questa perversa dinamica che da vent’anni porta il procuratore nazionale antimafia a diventare parlamentare con lo schieramento meno toccato dalle inchieste? Fatto salvo che Grasso, Roberti e De Raho siano tutte persone più che specchiate, sia chiaro, ma chi ci pone al riparo da questo sospetto? E soprattutto, è normale tutto ciò?
Attenzione, il dubbio non nasce a caso: Luigi De Magistris, persona al di sopra di ogni sospetto perché oggi proclama di votare No al referendum, ha raccontato qualche tempo fa in un’intervista che potete trovare online, come la sua più importante inchiesta, “Why not”, gli esplose in mano, causandogli un’infinità di guai che lo convinsero infine a lasciare la magistratura, proprio quando aveva iniziato a indagare a sinistra. Lo dice proprio esplicitamente, andatelo a sentire. Per non parlare, poi, di quanto emerso con lo scandalo Palamara, nato lo ricordiamo da una cena per decidere la nomina a procuratore della Repubblica di Roma, cui parteciparono Palamara, cinque componenti del Csm e due parlamentari del Pd.
La moglie di Giulio Cesare, Pompea, era donna devota al marito, fedele, incorruttibile. Venne suo malgrado travolta da uno scandalo, in cui non aveva colpe, al punto che lo stesso Cesare testimoniò in suo favore. Eppure la ripudiò comunque: perché, disse, la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto. Ecco, io è così che vorrei fosse la magistratura, come la moglie di Cesare: al di sopra di ogni sospetto. E non per chissà cosa: solo per il semplice fatto che i magistrati, al contrario dei politici col voto, non li posso scegliere. Se trenta milioni di elettori non si fidano di un politico, quello ha finito di fare politica. Se trenta milioni di cittadini non si fidano di un magistrato, quello continua a fare il magistrato.
È stato più volte giustamente detto che la magistratura non deve essere succube della politica. Sacrosanto. Aggiungo che però ciò deve accadere anche a parti invertite: cioè che la politica non sia succube della magistratura. È questo il vero equilibrio di poteri a cui tutti dovremmo tenere. Forse, al di là di come andrà questo referendum, dopo una lunga stagione in cui la magistratura è stata parte attiva della vita politica del Paese, una seria riflessione in questo senso, andrà comunque fatta. Oddio, mi sono accorto adesso che la riflessione così piccola non è stata: me ne scuso.
Guglielmo Mastroianni, 11 marzo 2026
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