C’è un problema serio nel Partito Democratico guidato da Elly Schlein. E non è il referendum sulla giustizia. È la logica. O, meglio, la sua sospensione selettiva. La nuova linea comunicativa del Pd è semplice, elementare, quasi infantile: CasaPound voterà sì al referendum, dunque chi vota sì è fascista. Tradotto in slogan social: “Loro votano sì, noi difendiamo la Costituzione”. Con tanto di braccia tese sullo sfondo, perché l’argomento non è la riforma, ma l’effetto emotivo.
Peccato che questa scorciatoia propagandistica presenti un piccolo dettaglio imbarazzante. Anzi, gigantesco. Nel 2016, al referendum costituzionale promosso da Matteo Renzi, Elly Schlein votava no. Esattamente come CasaPound. All’epoca, però, nessuno si stracciava le vesti. Nessuno insinuava che il fronte del no fosse un covo di nostalgici del Ventennio. Anzi, la futura segretaria del Pd scriveva sul suo blog di essere dispiaciuta per un dibattito “polarizzato, politicizzato e personalizzato”, rivendicando la distanza dal merito della riforma Renzi-Boschi (che a sua volta nel 2016 esclamava: “Sappiamo che parte della sinistra non voterà le riforme costituzionali e si porranno sullo stesso piano di Casa Pound e noi con Casa Pound non votiamo”). Gli stessi argomenti, guarda caso, che oggi il Pd rifiuta di discutere.
CasaPound, dal canto suo, votava no perché temeva la perdita della “sovranità nazionale”. Motivazioni discutibili, certo. Ma il risultato è uno solo: stessa croce sulla scheda. E nessuno, all’epoca, osò dire che Schlein fosse “mal accompagnata”. Oggi invece sì. Oggi il voto non è più una scelta politica, ma una patente morale. Se voti sì sei fascista, se voti no sei democratico. Una semplificazione talmente brutale da risultare offensiva non solo per gli elettori, ma anche per pezzi consistenti della sinistra stessa. Augusto Barbera, Stefano Ceccanti, Anna Paola Concia: tutti fascisti? Evidentemente sì, secondo l’algoritmo del Nazareno.
Il problema, però, non è solo lo slogan social – già di per sé inadeguato per un partito che ambisce a governare il Paese – ma il fatto che Elly Schlein lo abbia rivendicato in televisione. A DiMartedì, su La7, la segretaria ha spiegato che se CasaPound vota sì, “quelli che votano sì non sono ben accompagnati”. Un giudizio tranchant, istituzionalmente scomposto, che ha prodotto l’effetto opposto: rafforzare l’idea di una sinistra in affanno, priva di argomenti, rifugiata nell’antifascismo come clava retorica.
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Non a caso le critiche sono arrivate anche dall’interno. Pina Picierno ha parlato di una deriva “gravemente insultante e svilente”. Elisabetta Gualmini ha denunciato “il punto più basso della polemica politica”. Ceccanti ha chiesto che “qualcuno vigili”. Persino Andrea Marcucci ha ricordato che i padri della separazione delle carriere sono storicamente uomini di sinistra.
E allora la domanda finale, inevitabile, è questa: Elly Schlein sa che nel 2016 faceva campagna sullo stesso fronte di CasaPound? E se oggi quel fatto basta a squalificare un voto, perché ieri non bastava a squalificare lei? Forse la risposta è semplice. Quando mancano gli argomenti, restano le etichette. Ma le etichette, prima o poi, si staccano. E il boomerang torna indietro. Con gli interessi.
Franco Lodige, 4 febbraio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


