
C’è una tentazione che in Europa ritorna puntuale, come certe soluzioni facili che piacciono alla politica: quando i prezzi salgono e l’economia scricchiola, si va a caccia di chi “guadagna troppo”. E così, nel pieno delle tensioni legate alla guerra in Medio Oriente e al rincaro del petrolio, ecco rispuntare la parola magica: extraprofitti. Cinque ministri dell’Economia — tra cui Giancarlo Giorgetti — hanno scritto a Wopke Hoekstra per chiedere un intervento europeo coordinato. Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria si muovono insieme, invocando una risposta comune che, sulla carta, dovrebbe rassicurare cittadini e mercati.
Nella lettera si legge che “una soluzione europea” “rappresenterebbe un segnale per i cittadini” e per l’economia dimostrando che “siamo uniti e in grado di agire” e invierebbe un “messaggio chiaro”: coloro che traggono profitto dalle conseguenze della guerra devono fare la loro parte. Il punto, però, è proprio questo: trasformare il profitto in una sorta di colpa da compensare è un salto logico che la politica continua a fare con sorprendente leggerezza. Si parte da un problema reale — l’aumento dei prezzi — e si arriva a una soluzione che sembra più ideologica che economica.
Il ragionamento viene rafforzato da un’altra affermazione contenuta nel documento: “Il conflitto in Medio Oriente ha causato un aumento dei prezzi del petrolio, imponendo un onere significativo sull’economia europea e sui cittadini europei” e “è importante garantire che tale onere sia distribuito equamente”. Parole che suonano bene, perché chi può essere contrario all’equità? Ma qui il rischio è confondere l’equità con l’arbitrio: chi decide quale profitto è “giusto” e quale invece va tassato in modo straordinario?
I cinque ministri ricordano di aver “sostenuto e promosso misure per tassare gli extraprofitti delle imprese energetiche” e chiedono ora alla Commissione di sviluppare “uno strumento analogo a livello dell’Ue, fondato su una solida base giuridica”. Tradotto: rendere strutturale ciò che nasce come emergenziale. Ed è qui che si intravede il vero problema, perché ogni tassa straordinaria nella storia tende a diventare permanente, con effetti prevedibili su investimenti, competitività e fiducia.
La missiva insiste ancora: “Una soluzione europea rappresenterebbe un segnale per i cittadini dei nostri Stati membri e per l’economia nel suo complesso, dimostrando che siamo uniti e in grado di agire” e invierebbe “un messaggio chiaro: coloro che traggono profitto dalle conseguenze della guerra devono fare la loro parte per alleviare il peso sulla collettività”. Il linguaggio è quello della redistribuzione morale prima ancora che economica, come se il mercato fosse un problema da correggere più che un sistema da far funzionare.
Secondo i firmatari, questa strategia permetterebbe di “finanziare misure temporanee di sostegno, in particolare per i consumatori, e contenere l’aumento dell’inflazione, senza gravare ulteriormente sui bilanci pubblici”. È la solita promessa: trovare risorse senza costi apparenti. Ma l’idea che si possano prendere soldi da una parte senza effetti dall’altra è, appunto, un’illusione. Perché quei costi, alla fine, si scaricano su prezzi, investimenti e crescita.
Infine, Bruxelles viene sollecitata a muoversi in fretta e a valutare “se e come i profitti esteri delle compagnie petrolifere multinazionali possano essere inclusi in modo più mirato”. Segno che il perimetro si allarga sempre di più. E quando la politica inizia a inseguire i profitti ovunque si trovino, il rischio è uno solo: creare più incertezza che soluzioni, proprio nel momento in cui l’economia avrebbe bisogno dell’esatto contrario.
Franco Lodige, 4 aprile 2026
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