
Tanto tuonò che alla fine non piovve. A una settimana esatta dal referendum sulla giustizia, che ha visto prevalere il fronte del NO, trainato dalla sinistra unita, i sondaggi sulle intenzioni di voto non subiscono di fatto alcuna variazione rispetto ai precedenti. Sia quelli di Swg trasmessi dal Tg di La7 di Enrico Mentana, sia quelli di Tecnè presentati da Quarta Repubblica di Nicola Porro confermano un quadro che vede Fratelli d’Italia stabile al 29,2% e minime variazioni, nell’ordine dello zero virgola, per tutti gli altri partiti. Nessuno smottamento quindi, nessun vantaggio per gli inseguitori: segno che il voto referendario ha poco o niente a che fare con quello politico.
Tutto bene quindi? No, la sconfitta di sette giorni fa è comunque un brutto passo falso per le ambizioni riformiste della maggioranza. Ma la fiducia nell’attuale maggioranza non ne esce intaccata, il che non giustifica gli allarmismi degli osservatori, sia di destra che di sinistra, sulla fine di un ciclo. Ora tocca a Giorgia Meloni decidere se andare avanti fino alla naturale scadenza della legislatura o anticipare di qualche mese le elezioni politiche. Non tocca a me dare consigli non richiesti, ma una cosa ci sentiamo di dire: la forza di questo governo è stata la stabilità e il senso di responsabilità, merce rara nella storia recente di questo Paese.
Siamo sicuri che far cadere un governo nel bel mezzo di una crisi internazionale, che ha non pochi riflessi sull’economia reale, sarebbe accolto dagli italiani come una cosa buona e utile? Non ne sono sicuro, anzi sarei propenso a dire di no: gli italiani la prenderebbero come una fuga dalle responsabilità e non esiterebbero a dichiararlo nell’urna. Un inciampo non è una rovinosa caduta. Questo dicono i sondaggi: su questo è bene che riflettano i leader della maggioranza.
Alessandro Sallusti, 31 marzo 2026
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